Nella tua casa. Risposta a ‘Esto ne es un poema de amor’

Mi piace stare qui nella tua casa
quando tu non ci sei
quando c’è silenzio e si sentono solo i treni
passare
(li sentivo dai nonni, li sentivo ad Andrejosta).
Ti aspetto accoccolata sul divano blu
che ti ha regalato, usato, qualcuno di più ricco
che fa caldo d’inverno, dove non ci possiamo sedere d’estate,
ti aspetto mentre la lavatrice gira in sordina
-centrifuga a parte-
chiedendomi cosa vorremo per cena
il frigo è quasi vuoto, come la mia testa di idee culinarie
e dove andremo la prossima domenica a far finta che sia sempre domenica.
Mi piace stare qui nella tua casa,
quando trovo il mio tempo, e faccio le cose che prima facevo in camera mia
scrivere, esplorare, scrivere, scrivere, esplorare, programmare viaggi che forse non farò mai
che è quasi come farli, stando seduti alla scrivania
peccato che qui non ho una scrivania
quando uno lascia la casa familiare acquista in indipendenza
ma perde tutti i mobili
così quando ti aspetto sul divano, con il computer sulle gambe,
è tutto come quando ero più piccola (e più libera),
solo che adesso ho il ritorno di qualcuno da aspettare.
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Biennale d’arte 2015. Appunti

Olga Chernysheva

Person protected by a book

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Qiu Zhijie

身体思想地图 map of body thoughts

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Moosa Al Halyan

EP-150639967.jpg&MaxW=640&imageVersion=defaultil nuovo Kubin arabo dei cavalli

 

GU_VA_Graphein_r_316hGünther Uecker

vabbè, non occorre dire. A Palazzo Mora c’era ΓΡΑΦΕΙΝ”. Non il libro pubblicato nel 2002 in una edizione limitata di 120 copie, ma i 12 lavori dell’artista con i testi presi da manoscritti in bizantino, cinese, sanscrito e arabo, oltre che testi in altre lingue antiche, incluso il geroglifico.

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“La rivolta per i tori” ovvero frammenti di storia della vacca burlina

Nelle nostre montagne, ma particolarmente nei paesi che contornano il Massiccio del Grappa, sta ritornando negli allevamenti una particolare razza bovina che non molti anni addietro era sulla via dell’estinzione: si tratta della burlina, che ha origini remote nel tempo e lontane geograficamente, forse relitto dei primi bovidi addomesticati dall’uomo. Si dice che questi bovidi siano arrivati dalle nostre parti al seguito degli antenati “cimbri”, e un professore di genetica sostiene che la burlina discende da quelle mandrie che all’epoca dei Romani pascolavano nel nord dell’Europa: “…il grande sviluppo del bacino, la lunghezza della testa, la sottigliezza del collo e, più di tutto, i caratteri della cute e dei suoi derivati […] tenendo conto dei dati storici e morfologici si può concludere che la razza burlina o pezzata degli Altipiani ha origine comune con le razze del litorale del Mare del Nord”.

Per avere conferma di quanto sopra, recentemente si è anche scritto all’ambasciata di Danimarca. La risposta non escludeva l’ipotesi, ma curiosamente faceva notare che nel nord dello Jutland si trova un convento, un tempo residenza reale, che si dice abbia preso il nome da una leggendaria regina chiamata Burlina. Ma più curioso è che questo nome nell’antica lingua che sul nostro Altipiano si parlava significa “corpulenta”.

Quando, ragazzo, portavo al pascolo le tre vacche di casa (i miei non erano contadini, ma molti allora qui in montagna possedevano qualche vacca per avere buon latte per i bambini e per la famiglia) non sapevo certo queste cose, ma ricordo come attorno agli anni Trenta avvennero dei moti popolari che per origine avevano proprio questa razza di bovini. Accadde che nel 1928-29 la Cattedra ambulante di agricoltura e il Consorzio provinciale degli allevatori, dopo censimenti e controlli, decisero di incrementare altre razze, in particolare la bruna o svitta e di eliminare la burlina. Anzi, si provocò un regolamento che interdiceva e vietava sull’Altipiano l’allevamento della razza antica e intimava la sostituzione dei tori burlini con tori svitti; così, nel giro di pochi anni, tutti i contadini delle nostre montagne avrebbero totalmente e fatalmente cambiato gli animali dei loro allevamenti. Ma lo strano era che questa proibizione, chissà per quali ragioni o per quali nascosti interessi, riguardava solamente la nostra zona, considerata quella originaria, e non le montagne e le pianure confinanti dove questo tipo di bovino veniva più o meno bene sfruttato. Insomma anche i nostri migliori riproduttori vennero dichiarati inidonei da una commissione venuta da lontano, e fatti castrare i torelli.

Il fatto suscitò grande malumore, inutili proteste, scontri. I contadini delle contrade attorno al capoluogo un giorno di primavera del 1933 scesero a dimostrare il loro malcontento davanti al municipio. Intervennero i reali carabinieri e alcuni uomini, i più vivaci e aitanti, vennero arrestati e portati nelle prigioni mandamentali dove, da quando era finito il contrabbando perché le frontiere si erano allontanate, da molti anni più nessuno veniva rinchiuso. La notizia di questo fatto insolito si sparse sino alle fattorie più remote e isolate; allora tutte le donne contadine si passarono la voce per una dimostrazione che anche loro avrebbero fatto il mattino dopo, e per una notte, nei loro letti vuoti, restarono sveglie per lo sdegno e la collera a seguito dell’affronto che avevano subìto i loro uomini.

Arrivarono sulla piazza principale alla spicciolata e dai quattro punti cardinali come nel giorno della fiera patronale, ma non c’era nessuna bancarella e quando, in foltissimo gruppo compatto, si schierarono davanti al Municipio, incominciarono a gridare chiedendo la libertà per i loro uomini e la libera scelta dei tori. Il commissario prefettizio e il segretario a quel gridare si affacciarono al balcone e poi rientrarono subito per chiedere l’intervento della forza pubblica. Venne subito il maresciallo con tutti i reali carabinieri della stazione; venne il capitano forestale con i suoi militi e persino il guardacaccia. Il pretore sconsigliò al commissario di telefonare a sua eccellenza il prefetto e al questore, laggiù al capoluogo di provincia.

La forza pubblica circondò le donne che non smettevano di gridare “Vogliamo liberi i nostri uomini, sono galantuomini!” oppure “Noi siamo garibaldine e vogliamo le vacche burline!”. Erano diventate come furie, minacciavano di defenestrare il commissario prefettizio e di distruggere l’ufficio della Cattedra ambulante dell’agricoltura. La porta del Municipio venne sprangata e il maresciallo e i carabinieri estrassero le sciabole dai foderi. Le donne non si spaventarono, anzi affrontarono la forza pubblica al grido “Viva Mussolini e viva i tori burlini”. E come poteva il maresciallo ordinare la carica contro chi inneggiava al capo del governo? Indietreggiarono e riposero le sciabole nel fodero.

Le donne del contado non si allontanavano, avevano bloccato il Municipio e si può dire che tutto il paese era lì con loro. Nel pomeriggio, dopo chissà quanti consigli e telefonate sino a Roma, gli uomini che erano stati imprigionati vennero messi in libertà e solamente allora le donne levarono l’assedio. Tutti insieme, gridando “Viva Mussolini e i tori burlini” e “Noi siamo garibaldine e vogliamo le vacche burline”, ritornarono verso le loro fattorie.

I tori tradizionali, però, non vennero più tollerati; ma la cosa non si fermò qui. Un contadino nostro tra i più tenaci non tollerava che le sue vacche fossero fecondate da un toro di altra razza, e nemmeno che in altre zone della provincia i burlini continuassero la loro funzione e così, d’accordo con altri allevatori, un bel giorno andò in pianura e acquistò un burlino di nome “Novegno” munito di regolare “Attestato di approvazione – Rilasciato dal Consiglio provinciale dell’economia – Servizio stazioni taurine”. Pensava nella sua logica: se un toro è approvato per fecondare a trenta chilometri da qui perché non lo è anche nella mia stalla?

Un giorno il guardacaccia “Monco”, che per le sue condizioni di povertà e miseria era stato comprato per fare la spia, sorprese il toro “Novegno” mentre fecondava una vacca burlina e stese un verbale di contravvenzione. Ne nacque una pratica che scatenò una causa di procedimento penale che arrivò fino alla Corte di Cassazione. Non sto a riportare brani della voluminosa pratica, dove si legge di soprusi, intimidazioni, castrazione di tori, ribellione di contadini che “non vogliono sottoporsi volenti o nolenti ai regolamenti in vigore”, ma con sentenza del 18 luglio 1933 (allora le procedure erano molto più rapide e poi c’era il retroscena della sommossa dei contadini e delle loro donne), la Corte di Cassazione confermò al trasgressore la multa di trecento lire per non aver staccato la bolletta per la monta, ma annullò la sentenza del pretore là dove si ordinava la confisca del toro “Novegno”, che venne restituito al legale proprietario con “ordinanza del 23 novembre 1933, anno decimosecondo”.

da: Mario Rigoni Stern, Amore di confine, 1986, Giulio Einaudi Editore, Torino, 13° edizione, pgg. 161-164

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conrad grey and his men look down on the next town.

lookingdownhttp://sarahgoodreau.com – She’s doing a fashinating work…

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Intermezzo

Paletta. Accosti. “Patente e libretto. Lei ha bevuto?” risposta: “Il mio amico Riccardo dice che si tratta di una questione di radici e di territorialità. Così è sempre stato e così sempre sarà. Dunque mi lasci in pace e buonanotte.” Sgommata e via.

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primavera

Si tratta di aspettare che accada qualche cosa, che arrivi la primavera, comprare dei fiori al mercato, svegliarsi presto la mattina, leggere citazioni fantastiche, bruciarsi la retina con le eclissi, meteore sopra la testa, aurore boreali perdute nel nord del cuore, amiche d’infanzia che d’improvviso diventano pasticcière palermitane (complimenti, moscerino), ascoltare la radio dal divano il venerdì sera, e non più da sola!, aspettare ritorni, stendere i panni, tradurre piano ma sempre, arrabbiarsi per il lavoro malnato ma nonostante tutto riproporsi di fare del proprio meglio, smussare i propri cattivi umori per ammorbidire l’ambiente, sopravvivere con spensieratezza?, o dimenarsi, comprare dei fiori al mercato, andare a passeggio per la città sull’acqua, nuotare o sperare di nuotare, i fiori sono in tinta con le tende del salotto, filtra una luce strana – saranno le nuvole di questo giorno di marzo, amici carissimi, odore di casa, il letto da rifare, poesie barcellonesi che tornano regolarmente a stare con noi, qualche fraterno senso di colpa, non nascondiamoci che siamo di passaggio eppure ci crediamo la cosa più importante per noi stessi.

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5 giugno duemilaundici

mai far parlare al telefono un italiano con un pessimo inglese con un lettone con un pessimo inglese, per accordarsi sulla birra: finisce che uno aspetta al Teatro Nazionale mentre l’altro è a casa di sua nonna.

da Memorie di quella Lettonia

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