Barcellona 12 anni dopo

Barcellona 2017.

Ci torno con la confidenza di una che c’è già stata, e che quindi a malapena ricorda che il Barrio Gotico è diviso dal Raval dalle Ramblas, e non ha bisogno di leggerlo nella guida. Con una speranza di novità, puntualmente smentita dall’assoluto assomigliarsi di tutte le metropoli europee. Con la famelicità che solo la voglia di ir de tapas può far scaturire. Con il ricordo del mio frequente canticchiare le canzoni di Joan Manuel Serrat; con la consapevolezza che la Boqueria è, come tutti i mercati inseriti tra le mete turistiche da non perdere, luogo di compravendita fine al solo incamerare denaro da parte dei mercanti e luogo di scambio oramai decaduto.

Scopro che lungo il passeig de Joan Borbò non ci sono solo i ristoranti turistici con polpi surgelati provenienti da altri mari lontani, ma c’è anche qualche locale più catalano su cui i davcritici gastronomici barcellonesi dibattono (La mar salada). Che Gracia è il nome di un quartiere e non solo un toponimo affibbiato a una grande strada urbana. Che dietro al genio di Gaudì si è nascosto un uomo solo, ossessionato dai suoi demoni, e morto nell’incomprensione generale – e ora, grazie a lui, gli eredi delle famiglie che un secolo fa gli commissionarono progetti di case private intravedono nella lungimiranza dei propri avi una enorme occasione di arricchimento (non a caso a Barcellona è tutta un fiorire di restauri di case prossimamente aperte al pubblico dietro pagamento di un lauto biglietto d’ingresso).

Riconosco come buona parte degli abitanti del centro ritenga importante fare una certa mostra di sè: attività fisica sulla spiaggia o negli altri numerosi luoghi pubblici adibiti: quasi nulla è lasciato al caso; passeggiata in Calle Verdi a Gracia: barba da hipster non-un-pelo-fuori-posto, giacca lunga e pantalone risvoltato: acconciatura retrò e calzino o fascia a sdrrighe. Necesse est.

Al Raval il riso e le verdure si sprecano: negozi di alimenti disordinati con gestori indaffarati. Borse di plastica sempre in movimento. Luce ocra dipinta al curry. Ogni tanto un edificio di cemento invoca la presenza della CULTURA, sia essa cinematografica o universitaria o architettonica. In chiostri di antichi ospedali, davanti a odierne biblioteche filologiche -con un animo nazionalista non del tutto esplicito- ruttano o dormono un sonno disagiato, sotto il sole del mattino inoltrato, piccoli gruppi di senza tetto, circondati dall’odore di tutti i giorni che li separano dall’ultimo bagno.

A Vallcarca le strade sono quasi tutte scale per scendere dalla porta di servizio del Parc Guell, o -che dir si voglia- dalla collina che, sul davanti, ospita il famoso progetto sociale di Gaudì e dell’omonimo businessman catalano. A Vallcarca sembra di stare in un quartiere vero e un po’ scontento di se stesso, come tutte le persone normali. Scendere strade o scale per trovare una fermata del bus significa attraversare piazzette o cortili con panchine piene di vecchi e vecchiette che guardano meno numerosi bambini impegnati in qualche gioco inventato (senza palla, perché se rotola giù chi la va più a prendere?). Le terrazze assolate ospitano piante mediterranee ipertrofiche, i cancelli dei giardini celano agavi e aloe di dimensioni che finora ho visto solo in Calabria. Serve mezzo litro d’acqua. Murales in gran quantità ché, sì, siamo a Barcellona ma sembra che per qualche ragione in queste vie nessuno ci badi.

dav

Sant Pere, Santa Caterina i La Ribera troppo bello per essere vero: un irritante susseguirsi di laboratori artigianali artistici creativi che non hanno paura dello straniero del diverso dell’immigrato che ricordano la storia della loro stessa immigrazione che offrono menù biologici a km zero a un prezzo nei dintorni di €10,00 sotto alberi ombreggianti mavaffanculovà-

La Bonateca in Pg. Sant Joan, 111 – 08037 Barcelona invece è un posto così umile e buono e simpatico e gentile che quasi mi pareva di aver messo piede a Madrid (che, lo confesso, mi sta più simpatica di BCN). davDalla prima occhiata affamata che ho lanciato sul Passeig una volta emersa dalla metro [Verdaguer], ho pensato che valeva la pena entrare. Dentro, ci lavorano i padroni, e tutto quello che troverete è un cibo tradizionale, saporito, genuino, esposto a 270° attorno a voi. I proprietari vi lasceranno guardare, senza rompere le scatole; al massimo diranno cosa sono alcuni cibi ripieni, che non parlano da sè. Possono fornirvi posate di plastica e bibite. Pagherete veramente €10,00 in due per un pasto abbondante che potrete consumare, in un giorno non piovoso, sulle panchine di fronte, dando le spalle a un Palazzo Macaya che, sebbene gratuito (o proprio per quello!) merita un po’ di attenzione.

sdr
L’unica cosa non globale: i castellers. Cose che io non farei mai, né -se ne avessi uno- ci manderei mio figlio: a scalare con l’abilità di una scimmietta gambe e schiene e teste di uomini e donne impilati a torre, solo per far piacere a qualche santo patrono o all’antico orgoglio ctonio dei popoli del Mediterraneo Occidentale.

 

 

 

 

 

Mercato di Sant Antoni in fase di restauro. Potrebbe essere ancora più magnifico di prima una volta terminati i lavori. Au revoir en 2019?

dav

Annunci

Informazioni su greenbean

El búho deja su meditación, limpia sus gafas y suspira. Una luciérnaga rueda monte abajo, y una estrella, se corre. El búho bate sus alas y sigue meditando. Federico Garcia Lorca
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...