ziemniaki (krakowskikumpir.pl)

Prendete una scatola di polistirolo a uso alimentare, 10 x 15 x 4 cm, apribile a 180°. Riempitela con due patate non sbucciate tagliate a metà, calde. Metteteci sopra, sul lato interno che avrete rivolto verso l’alto: panna acida  – inderogabilmente – mischiata alla maionese, aneto e erba cipollina (e forse un po’ d’aglio); e, a piacere, aggiungete: funghi, uovo, o qualsiasi altra cosa vi venga in mente.

Chiudete la scatola e mettetela in caldo. Mettetevi in cammino portandola in un sacchetto di plastica leggera, col dubbio che per il caldo della scatola di patate il nylon si fonda e coli… dunque, mettetevi in cammino per le vie di una città polacca, verso l’una di notte. Sarà un po’ umido, per la pioggia rada del giorno appena trascorso, con una fredda bava ventosa. Dopo aver tirato su il collo della giacca e aver girato qualche angolo in strade semi-buie, estraete la scatola dalla borsetta e apritela cercando di non rovesciare nemmeno in piccola parte il contenuto. Aspirate nelle narici lo speziato profumo di funghi. La condensazione vi inumidirà i baffi che avrete avvicinato troppo.

Ho dimenticato di dire che avrete con voi una forchetta di plastica, di buona qualità, con la quale inizierete a mangiare, infilandola a mo’ di vanga nella farinosità della patata con soddisfazione pari alla sazietà che la sostanza rapidamente regala. Ma non ne avrete la sensazione di facile noia che questi tuberi -se non sono eccezionalmente ben conditi- normalmente danno, grazie alla presenza cremosa della panna, allo sprint delle spezie e al gusto equilibrato del fungo.

Nel frattempo avrete smesso di camminare, e sarete fermi in piedi, accanto a una grondaia d’angolo, collo riverso nella scatoletta, impegnati a inghiottire quantità di cibo. Un cibo che impiegate più tempo a masticare e ingollare che a portare alla bocca. Un cibo che avete pagato qualcosa di variabile tra i 12 e i 25 złote. Un cibo di strada, proprio dove vi trovate voi:
nell’umido della notte;
sopra marciapiedi leggermente dissestati;
lungo facciate di malinconici edifici grigi, portoni polverosi, con dentro case indaffarate, famiglie dai budget in crescita, speranza in aumento. Lo indica la scritta luminosa di gruppi bancari o assicurativi svettante sopra il tetto di alcuni palazzi poco oltre – blu Pramerica – e gli scaffali di dolcetti dal packaging accattivante venduti in supermercati popolari. (Questo è un paese dove ci si fanno regalini eleganti in ricorrenti occasioni mondane, dove la gente cerca il pezzo di design per la propria cucina, dove le ragazzine hanno bisogno di occhiali a specchio fluorescenti acquistabili al grande magazzino della stazione centrale.)

krakow-polandAgli occhi di un occidentale la Polonia è come una patata: ti sfama ma non è il cibo più allegro da mangiare, se non ci metti sopra qualcosa.

Cracovia è più occidentale di altre città dell’Est Europa, di cui comunque conserva il culto per i mercati (soprattutto quelli rionali), per i frutti di bosco, per l’erba di campagna. Cracovia è anche la città di grandi monarchi, nonostante l’abbiano da secoli abbandonata.

La domanda di

quale sia il confine tra est e ovest
e
se passi da qui

sorge per certi versi di fronte alle atmosfere della Vistola e delle zone “industriali” fuori dal centro.

(Ma secondo me questo confine corre già più oltre verso est.)

Cracovia non mi sembra orientale; anche nella sua periferia più sovietica c’è qualcosa o qualcuno di occidentale. Ci sono anche una tristezza e un’insoddisfazione tutte occidentali, pozzanghere occidentali. Asfalti rotti e lavori in corso più che vecchi mattoni sovietici e stradoni in terra battuta. Dovunque memoriali alle stragi naziste; “quello che i tedeschi hanno fatto della nostra terra” “gli ebrei che i polacchi hanno salvato”; non l’indifferenza o la negazione sulle stragi che aleggia su certe foreste lettoni ma quasi un’esaltazione di consapevolezza, che, forse, rischia a lungo andare di sprofondare nella banalità.

Cracovia era abitata da sagge comunità che da lungo tempo vi erano giunte e vi risiedevano. Adesso sui resti della cultura ebraica sono rimasti ristoranti e locali da sera ripieni di erbe yiddish, candelabri a sette bracci, pianoforti apparentemente insuonabili e vecchie foto di famiglie scomparse. L’orrore commerciale sul silenzio e sul vuoto lasciato dallo sterminio. (Che spreco di marketing che Schindler abbia smesso di vendere pentole!)

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El búho deja su meditación, limpia sus gafas y suspira. Una luciérnaga rueda monte abajo, y una estrella, se corre. El búho bate sus alas y sigue meditando. Federico Garcia Lorca
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