San Valentino mentre sfrecciano asteroidi non lontani

Oggi era necessariamente il pomeriggio per scrivere confessioni.
Invece l’ho passato nei gorghi del ricordo, risalendo dal neurone che conserva isolate immagini di una decina d’anni fa fino all’idea di andare alla ricerca (virtuale) di tracce altrui.
Dove sarà finita certa gente, proprietaria di facce che, anche se viste non più di tre volte nella vita, credo in qualche modo conserverò sempre nella memoria – anche se, lo ammetto, anonime forse da un qualche momento in poi ?

Inconcludente. (Ero partita, sono tornata dov’ero).

Fuori c’è un mondo di lotte sorridenti, di smaglianti ignoranze, di tranelli, di sottilissimi ordini – taciuti eppure ineludibili.

E in Russia, sugli Urali, cadranno meteoriti.

Fu circa dieci anni che fa portai a una piccola mostra i miei ritratti (allora mi esercitavo anche in arti che pur non facendo per me mi affascinavano – al contrario di oggi che mi manca il coraggio anche di tentare là dove forse potrei a maggior diritto). Si teneva in uno spazio che un gentile Comune ha ceduto ai giovani – i quali, pensando di averlo avuto con la rivoluzione, se lo curano amorevolmente come un figlio.
All’epoca si poteva esporre di tutto. Foto, dipinti, bozzetti, ritratti a carboncino. Anche noi lo facemmo, per due settimane, dopo aver entusiasticamente allestito i locali (ma nell’allestimento fingevamo serietà, perché non era considerato da ‘adulti’ dare a vedere l’infantile gioia che ci aveva sotto sotto contagiati tutti).
Poi, il giorno dopo la chiusura, io non andai a smontare. Forse non potevo, forse fui pigra, forse forza maggiore. E i miei disegni vennero riposti al sicuro da qualcuno. Per mesi mi dissi di doverli andare a riprendere – ma a un’ora da casa e con incerti mezzi pubblici… alla fine, trascorse un anno e più.

Finché un giorno andai e naturalmente i disegni non c’erano più. Si trattava, logicamente, dei migliori della mia collezione – …chissà dove saranno adesso. Io credo all’epoca qualcuno li abbia tenuti con sé, magari solo per un po’; poi saranno forse finiti nella spazzatura durante un trasloco, o avranno comunque subìto simile sorte.

In quella mostra aveva esposto le sue fotografie anche un ragazzo più grande di me. Che mi era piaciuto dal primo momento. Non gli ho mai veramente parlato – non ho nessuna conversazione da ricordare. Forse so il suo nome solo per averlo letto sulla placchetta espositiva. Un nome straniero e un cognome veneto che a me pareva ancora più veneto al confronto con il nome. Un nome che comunque non ti dimentichi.

Credo di aver avuto su per giù 16-17 anni, e più timidezza di certe altre coetanee.

Oggi, dopo circa dieci anni, mi chiedo “dove sarà lui?”. GOOGLE it, senza aspettarmi che un profilo da social network, con un po’ di fortuna. Scopro invece nel giro di pochi secondi che oggi lui ha un sito internet personale. E attenzione! Non un blog costruito su piattaforma gratuita. Ma un sito PER-SO-NA-LE. E pieno di fotografie, fotomontaggi, video autoprodotti. Un’interfaccia assolutamente professionale. C’è anche il recapito di uno studio. Che indica una via a pochi passi dallo Spazio dell’esposizione che il Comune con paterna discrezione foraggia ancora.

…Ma poi, cercando meglio nella rete, scopro anche che lui da qualche tempo lui se n’è volato via dal Paese: in Canada, in cerca di miglior fortuna. O, per chiosarlo, “in cerca di sopravvivere” facendo della sua arte fotografica un lavoro. E non un lavoro artistico che, come di regola in Italia in questi anni, sia svolto a gratis – ma un lavoro pagato pa-ga-to.

S’infrangono in quel momento le mie – sin lì accresciute – intenzioni di mettermi in contatto con lui. “Hei ti ricordi avevamo esposto insieme, tu su un pannello, io due più in là, dieci anni fa”.

Copyright Neil Barbisan

Copyright Neil Barbisan

Ma con che diritto, con che inconsistenti aneliti disturbare – e dalla patria pergiunta! – un coraggioso artista emigrante? Non (mi pare che) ne siamo degni, noi che restiamo.

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El búho deja su meditación, limpia sus gafas y suspira. Una luciérnaga rueda monte abajo, y una estrella, se corre. El búho bate sus alas y sigue meditando. Federico Garcia Lorca
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