Di Pamplona ce n’è una sola?

E se sulla costa piove senza tregua, nell’entroterra basco è con le temperature che si deve fare i conti. Anche qui le precipitazioni non mancano, ma sotto forma di neve o nevischio. Quando arrivo in città, la consistenza della neve ricorda tanto quella che avevo incontrato a Tolosa. Bagnata, facile ad annacquare se stessa e i piedi dei passanti.
Non mi rendo neppure conto di essere a PAMPLONA. Il nome stesso, da quando ho saputo della sua esistenza, da bambina, mi ha sempre parlato di sole cocente sulla pietra che scotta, di alte mura da cui scrutare la piana circostante con fatica e in preda all’effetto della fata Morgana. Di corse di fanciulle sbracciate da un cono d’ombra all’altro, di ventagli affaccendati nella calura, di patios desiderosi d’acqua, di clamori e vocii. Forse anche di tori sciolti, un po’ di anni dopo, quando ho saputo di San Firmìn. E di pellegrini scalzi dai piedi sudati.
pamplona 24012013 (1)Quindi la Pamplona che ho visto io è un’altra. Nella mia Pamplona ci devo ancora andare.
Nella Pamplona che ho visto io c’era neve e silenzio. Le grondaie scivolano giù acqua e le stradelle acciottolate sono rii torrenziali. Fa freddo e anche il mercato cittadino è mezzo vuoto. Le mura della città sono bianche e gelate, dai bastioni si vede solo un parco invernale dentro cui scorre un fiume grigio. Più oltre non ci sono palazzi di viceré spagnoli, ma parcheggi di centri commerciali. E monti pieni di neve. La strade non brulicano affatto. Solo qualche facciata di antica casa espone file di peperoncini da essicare, e cipolle. Ma non è la mia Pamplona.
Certo è solenne, ma non è Pamplona. Forse Pamplona per me non esiste.

La Pamplona che ho visto io ha una cattedrale meravigliosa, con una mostra moderna organizzata come un percorso personale lungo la storia dell’Europa cristiana, a tappe, con testimonianze, esperienze uditive e olfattive. Zone d’ombra e di luce. Scavi nella pietra e corone d’oro cesellato appartenute a statue di Vergini Sacre.

Catedral de Santa Maria (Pamplona). Chiostro.

Catedral de Santa Maria (Pamplona). Chiostro.

La Pamplona che ho visto io ha una libreria con una libraia un po’ grassoccia e molto gentile. Ha uno studio grafico in un seminterrato con un ragazzo sbrigativo ma cortese che mi indica la libreria.
Ha anche una stazione degli autobus moderna del tutto interrata, che spunta solo come vetrina splendente di ascensori e scale. Il Comune di Pamplona ha anche degli enormi garage, tanto grandi da sembrare hangar: si aprono proprio con delle gigantesce basculanti. E dentro… dentro c’è un parco giochi per bambini! Con casette di plastica e velcro, altalene su prati di erba finta fatta di distese di caldo panno verde, con panchine per le mamme, con una terrazza interna di piante e vasi tra cui i bambini giocano a nascondino, se non si immaginano di essere nella giungla. Con tavolini per il ping-pong, con scacchiere per giocare a dama o a scacchi. Tutto gratis. Con bagni pubblici puliti, dotati di fasciatoi. Nella Pamplona che ho visto io piove così tanto che non riesco a guardare né i nomi delle vie né la mappa, ma i bambini hanno un posto dove giocare anche se abitano in un appartamentino e anche se piove. Forse la mia Pamplona esiste ma non si chiama così e sta più a sud, da qualche parte in Andalusia. Ma nemmeno la Pamplona che ho visto è tanto male: si trova in Navarra – la terra del pueblo di Pagoa Urzelai e la terra dove abitano gli arcobaleni (ne ho la prova).

Arcoiris sobre Irurtzun, Navarra

Arcoiris sobre Irurtzun, Navarra

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El búho deja su meditación, limpia sus gafas y suspira. Una luciérnaga rueda monte abajo, y una estrella, se corre. El búho bate sus alas y sigue meditando. Federico Garcia Lorca
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