Pedalando sul Baltico ghiacciato

1925.

Miei giovani amici, vi voglio raccontare una giterella non comune, che vi piacerà perché torna a lode di quella macchina meravigliosa che avete cominciato ad amare, la bicicletta. Fu il bel premio che mi sono accordato da me stesso per aver prima compiuto un lavoro pesante. La bicicletta c’è oggi in tutte le case, è anzi una necessità assoluta per moltissimi. Con la bicicletta si va al lavoro in campagna e in città, con nessuna spesa e risparmiando assai tempo. Ma alla vostra età, voi giovinetti l’adoperata piuttosto per le vostre prime piccole escursioni, che poi mano mano diventeranno più lunghe e più importanti.

Ricordatevi quindi che la bicicletta, come del resto qualsiasi oggetto di divertimento, può essere più o meno bene usata: fatevi indirizzare dal papà che è certo socio del Touring: esso vi darà dei buoni consigli. Saper scegliere gite variate e opportune è il modo di affezionarsi sempre più alla macchina, che vi diventerà tanto più cara quanto ne ricaverete maggiori soddisfazioni.

Il fatterello che vi voglio raccontare è appunto un’escursione scelta bene, e proprio per ciò mi lasciò ricordi indimenticabili dopo tanti anni. E siccome venne dopo un lavoro, ho intitolato questo articolo: “Prima faccio il fonditore, poi vado sul mare”. E mi sono dimenticato di aggiungere che sul mare ci sono andato in bicicletta. Dico sul serio e fra poco lo vedrete.

Vado nella fonderia e faccio il fonditore

Non ero più un ragazzo, ma un giovinotto fatto. Ciò che vi racconto potrà dunque capitare anche a voi, ma non adesso subito, ma fra alcuni anni, quando sarete anche voi più in età. Ero andato in Germania presso Schwerte, cittadina industriale della Vestfalia per impararvi in un grande stabilimento – s’intende col permesso del proprietario – un particolare sistema di fusione dei metalli.

Rimasi là una ventina di giorni, e alloggiavo in un misero alberghetto, l’unico non troppo lontano dall’officina. Facevo la vita dell’operaio.

Quel paese non mi parve piacevole: era tutto nero; non si vedevano che grandi cataste nere di carbone intorno alle vaste fabbriche; selve di ciminiere su cui poggiavano basse nubi nere di fumo; le strade tutte nere dai trasporti del combustibile; case e muri di mattoni non intonacati, diventati neri anch’essi. Era di febbraio: la campagna triste e deserta con qualche po’ di neve scioltasi e poi ricongelata, sporca anch’essa di fuliggine; pochi gli alberi, spogli, come sperduti.

E un freddo terribile, di annata eccezionale. Quasi ogni giorno il termometro andava un po’ più in giù. Nel pomeriggio il sole, rosso nella caligine di un alone fiammeggiante, pareva dovesse riscaldare: ma la temperatura giungeva a mala pena per qualche ora allo zero; di notte poi scendeva a 15-18 gradi sotto.

Io dormivo in una cameretta senza stufa ma sopra la cucina e nei primi tempi non c’era poi troppo freddo. Mettevo la brocca dell’acqua contro il muro dov’era la canna del camino per non trovarvi il ghiaccio alzandomi. I vetri si coprivano di magnifici arabeschi argentei di umidità gelata. Un mattino, grattando con l’unghia la brina bianchissima, vi disegnai, alla buona, lo stivale della nostra Italia e sotto scrissi così: Nel mio paese si sta meglio! Quel ricordo era misto di melanconia del momento e del pensiero gioioso che io stavo là solo di passaggio.

L’officina era lontana un chilometro e mezzo. Attraversando la campagna, il pastrano peloso e un po’ calduccio del tepore della casa da cui ero appena uscito, diventava gelido in pochi minuti e poi subito i peli si facevano a vista d’occhio candidi di brina. Dovevo parere l’orso bianco. Sul bavero rialzato, intorno alla bocca il fiato si gelava in gocciolette sporche, come se vi avessi, scusate, soffiato il naso. Gli operai arrivavano da ogni parte, imbacuccati, coi grandi baffi biondi o rossicci induriti dai ghiaccioli della respirazione, scendenti giù da una parte e dall’altra sulla bocca, come piccole stalattiti. E guai a toccarsi quei baffi! Si strappavano i peli, bisognava lasciarli sciogliere da sé in officina. Io mi recavo diritto nel mio reparto, che era un piccolo capannone lungo 15 metri, largo 8; una fonder ietta con quattro fornelli a crogiuolo per allegare, fondendoli, il nikel con lo zinco in certe proporzioni difficili da amalgamare per bene; ed era quella particolarità del mestiere che mi spettava di apprendere.

Non era per la verità, molto comodo.

Due portoni di legno chiudevano ai due capi il capannone, tenebroso come una cantina: nessuna finestra. Riceveva luce dall’altro, non da un lucernario, ma tra le falde di una parte del tetto sopralzato due metri sul resto per lasciare uscire il fumo. Così si stava da mane a sera a gettare palate di carbone nei forni rosseggianti, ove i crogiuoli venivano scaldati a 1200 gradi, mentre il gelo dell’aria esterna dall’apertura del tetto veniva giù nel collo come una doccia. Ogni due ore, quando si levavano i crogiuoli roventi dai forni con delle tenaglie di ferro per versarli e fare delle barre, dopo di essersi imbacuccati in sacchi bagnati ed aver coperta la faccia con una maschera di tela e occhialoni affumicati, era un momento quasi di spasimo. Dovete imparare, amici miei, che l’operaio ha qualche volta dei difetti, ma spesso delle virtù molto meritorie perché la sua vita è talora ben dura.

Il freddo gela le ossa e anche il mare

Il freddo continuava a crescere; la cucina e la canna del camino non bastavano più. Io avevo finito per prendere l’abitudine di dormire vestito, poi vestito e col pastrano indosso sotto le coperte.

Toccammo per due notti i 25 gradi. Il terzo mattino l’oste mi fece notare che il gran termometro a massima e minima, posto nel piccolo orto sopra il paletto di un pergolato, segnava la minima di 30 gradi sotto zero!

Quel mattino il lavoro nella mia fonderietta fu un eroismo, non c’è che dire. Una cascata d’aria dall’alto, che avrà avuto forse 20 gradi all’incirca sotto zero, dinanzi al riverbero dei forni incandescenti, non è mica uno scherzo né per la comodità né per la salute. In fonderia, dinanzi al fuoco, per quanto faccia freddo, viene molta sete. Il secchio dell’acqua era allora tenuto non lontano dai forni perché l’acqua non gelasse. Ma niente è più ributtante di un liquido insipido e tiepido. Ma che volete farci? Bisogna fare di necessità virtù. È questa una delle più grandi abilità nella vita.

La sera di quel giorno rigidissimo, l’oste, che si interessava al freddo straordinario come se fosse stato un meteorologo, mi mostrò su un giornale i telegrammi da alcune città poste sulle rive del mar Baltico: il mare sta congelandosi.

Ogni anno, quando è il momento, tutti i giornali portano l’attesa notizia, la quale, come ve l’immaginate, ha un’importanza grande e muta di botto un’infinità di cose. Non so come ce la facciano i poveri pesci: forse sembrerà loro di essere messi tutti in acquario, sotto il gran vetro del ghiaccio. Ma anche gli uomini devono cambiare molte abitudini. Tra le altre, gelato il mare, cessano di colpo le comunicazioni marittime lungo la costa e verso l’alto mare.

Io aspettavo ansiosamente quei telegrammi: avevo già fatto il mio progetto. Poiché il mio tirocinio era ormai completo (avevo imparato bene così da poter ripetere a casa l’operazione della fonderia) invece di tornare in Italia per la via diritta, avrei fatto una rapida corsa a vedere il mare gelato. È una cosa che non capita a tutti!

Perciò l’indomani, congedatomi dal provvisorio padrone, che mi aveva cortesemente accordato di fare l’apprendista nella sua officina, presi un treno diretto e filai verso Lubecca, la città più vicina al mare gelato. È un lungo viaggio di circa 400 km che mi portò d’un fiato per la sera del giorno dopo alla meta.

O per meglio dire presso la meta, perché Lubecca è a 23 km dal mare e il suo porto – allora un porticciolo – è Travëmunde.

Cenando a un piccolo albergo ebbi occasione di trovarmi a tavola di fronte a un simpatico giovane, biondo e pacchierotto, uno studente tedesco che parlava abbastanza bene il francese. Che piacere poter scambiare in una lingua che conoscevo anch’io (il tedesco mi legava terribilmente i denti) una chiacchierata dopo tanto tempo di quasi assoluto silenzio! Pensate che i miei compagni fonditori non parlavano tra loro neppure il tedesco, ma un dialettaccio detto platt, incomprensibile per me quanto il cinese.

Il mio tedescone era venuto a Lubecca per vedere anche lui la gelata del mare e l’indomani mattina, mi disse, sarebbe andato a Travëmunde con una bicicletta presa a nolo. Idea ottima: era una fortuna, perché avrei fatto altrettanto anch’io accompagnandomi a lui. Così andammo subito a cercare un noleggio e trovammo tosto le macchine di quel tempo. Non ridete: 20 kg di peso e gomme tubolari.

Voi sapete forse sì e forse no cosa siano le tubolari. Le gomme pneumatiche, così confortevoli per la loro elasticità, sono venute solo dopo quelle molto più piccole, formate da un anello di gomma spessa, con un foro del diametro di 2 cm nel mezzo, in guisa di anima vuota, per dar loro un po’ più di elasticità. Queste gomme non si sgonfiano coi chiodi, ma in compenso ammaccavano bene in giù dalla schiena.

La strada gelata, con ormaie profonde e dure come di roccia, per fortuna quasi senza neve, mise a prova i nostri garretti. Quei 23 km furono un record di equilibrio e di pazienza, ma non certo di velocità, vi mettemmo forse un’ora e mezza. Non c’è niente da ridere: il cammino era pessimo e anche non bisognava sconquassare le macchine che ci erano state concesse solo contro una garanzia in buoni marchi.

Avevamo lungo strada fatta una gran mangiata di un delizioso pane ancor caldo, appena sfornato: il mio tedescone vi aveva già bevuto su un krug (tazza grande) di birra con due wuersten aggiungendovi, come giaculatoria di soddisfazione: Ach Gott, ja! È incredibile la massa di roba che ingurgitano i tedeschi. Noi italiani – ditelo pure a fronte alta a inglesi, francesi e tedeschi senza paura di smentita – noi italiani siamo molto più parchi. Tosto arrivammo al porto e al mare.

In che maniera il mare si gela

La prima impressione fu un po’ così. Il mare ghiacciato non è punto maestoso. Ha l’aria casalinga di una gran distesa di campagna senz’alberi, coperta di neve sfatta e poi ricongelata. Nessun candore, nessun scintillio. Una pianura grigiastra, monotona, senza grandiosità, che si perdeva in distanza nelle brume. All’orizzonte rompeva il cerchio un filo di fumo, come se in un accampamento disperso vi fosse un fuoco acceso.

A pochi passi dal porto si alzava la torre rotonda di un piccolo faro con la lanterna a cupola sopra il terrazzo. Salimmo (10 pfennige): il fanalista ci diede un cannocchiale. Guardammo il fumo. Oh sorpresa! Era di un piroscafo – e lo seppi dopo – russo, carico di grano, in rotta forse per l’Inghilterra, arrestato dall’improvvisa gelata e che ora si sforzava, nel modo che vi racconterò più avanti, di riparare nel piccolo porto di Travëmunde, ove sarebbe stato obbligato a rimanere fino a primavera. Ventiquattro ore di più di mare libero e avrebbe raggiunto il mare del Nord, che non gela, e la sua meta. Il fanalista spiegò al mio tedesco – e questi mi tradusse in francese – che il mare ha tante maniere di gelare. Ma, disse, la più comune per il Baltico è questa: allorché per alcune settimane l’aria di mantiene molto fredda (10-20 gradi sotto zero) la superficie marina scende anch’essa a bassissima temperatura e quando un po’ di brezza l’agita le spruzzaglie delle piccole onde, o i frangenti spumosi di cui esse si coronano, isolati per un istante, freddissimi nell’aria ancor più gelida, ricadono in ghiaccioli, che si agglomerano in piccole masse bollose, grosse come un pugno. Intorno a questi primi nuclei, l’acqua che è già tutta a temperatura di gelo, aggiunge altri rivestimenti come veli di ghiaccio: il mare si semina di blocchetti che vorrei paragonare a grosse cipolle fatte da pellicole congelate una sull’altra, galleggianti, urtantisi. Le piccole masse, dall’apparenza di neve intrisa, vanno crescendo di quantità e ingrossano nell’acqua sempre più fredda, che finisce per diventare quasi un piano lievemente oscillante per le piccole onde e sempre più denso di materia solida.

Ad un tratto, quando giunge l’istante in cui si verificano certe condizioni di temperatura dell’acqua – ma proprio ad un tratto – in pochissimi minuti tutta la superficie si acquieta, si rapprende e, come per magia, si solidifica. Avete mai visto coagularsi il latte quando vi si pone il caglio per fare il formaggio? È in grande – oh, quanto più in grande! – una simile cosa. La superficie del mare, che si era mantenuta scura per l’azzurro ancor trasparente dell’acqua ancora in parte limpida, al momento in cui tutto gela cambia colore di colpo, si copre in un istante di un bianco sporco, grigio, opaco.

Il mare che io avevo davanti agli occhi si era gelato in questo modo e, mi dispiace di doverlo ripetere, non era affatto maestoso.

Il rompighiaccio

Questa istantaneità della congelazione spiega come spesso i vapori o, più facilmente, dei velieri ne siano sorpresi mentre navigano ed anche come, se si corre prestissimo in loro aiuto, si possa disimpegnarli da un ghiaccio ancora poco coerente e poco più duro di neve gelata e si renda loro possibile di ritirarsi a svernare in qualche porto vicino.

All’uopo, i porti sono dotati di un certo numero di rompighiaccio, robusti scafi di ferro, ad elica, lunghi una ventina di metri con un pesante motore a poppa, sì che la prua emerge e questa ha una forma convessa di grande cucchiaio, quasi come un dorso di testuggine voltato sottosopra.

Il rompighiaccio, quando la gelata è appena avvenuta e il ghiaccio è ancora incoerente, corre a mettersi davanti alla nave impigliata e con la potente sua elica prende lo slancio: va a cozzare come una catapulta contro la superficie gelata, sulla quale la prua tondeggiante, sdrucciolando, si alza sale a cuneo e gravitando col suo enorme peso ad un tratto la sfonda, la rompe in grandi pezzi, ricadendo con un sordo tonfo nell’acqua. Nella breccia così disgregata il veliero rimorchiato o il vapore avanzano un po’. La manovra si ripete e così si apre la via, quando vi si riesce, fino al porto.

Dall’alto del faro indovinammo quel singolare tramestio intorno al vapore, che fumava a una distanza che il fanalista stimò di dieci km. Tre rompighiaccio, uno davanti, due sui fianchi, cercavano di sgombrargli la via. Io guardai il mio tedesco con fare incoraggiante.
–          E se andassimo a vedere?
–          Ach Gott, ja! Ma come?
–          Non abbiamo le biciclette?
–          Ach Gott, ja; ma si potrà?
–          Proviamo.

Un viaggio fantastico

Fatta una provvista di cibarie (attenzione speciale del mio compagno, dolente di non avere una borraccia per la birra) scendemmo alla spiaggia, attraversammo in qualche modo, macchina a mano, i primi 20 metri di ghiaccio disordinato, poi in sella.

Non era poi il diavolo, perbacco! Si camminava adagio, è vero, ad un passetto di 8 km all’ora, ma sicuri e trionfanti su una superficie non molto diversa, in fondo, da quella di un campo di neve sciolta al sole e rigelata di notte. E tuttavia l’emozione nostra era grande. Avevamo sotto bensì un pavimento che non sembrava preoccuparsi del nostro peso, ma a noi non pareva di essere così insignificanti. Insomma, si andava avanti senza sprofondare. Il gioviale tedescone sbocconcellava del pane addentando di tanto in tanto una salsiccia e brontolava con una sorta di allegria concentrata: Ach Gott, ja; ach Gott, ja!

Ma, dopo 3 o 4 km, quando già ci pareva di dover vedere il vapore di momento in momento, le cose cambiarono malamente. La superficie del mare si fece tutta rugosa di piccole conche profonde 8-10 cm, larghe 30 o 40, come certi nevai alpini alla fine d’estate. Con miracoli d’equilibrio si poteva restare in sella, ma la ruota davanti o quella di dietro sdrucciolavano di continuo a destra o a sinistra sul fondo delle concavità. Ach Gott, nein! espettorava quasi con violenza il mio tedesco che non poteva più rosicchiare a sua posta. Ma tenevamo duro tutti e due. Benedette le biciclette pesanti e forti: che strappi ai manubri! Però guai a fermarsi (volevo quasi dire a mettere “piede a terra” ma non va bene dire così); non era facile rimettersi in sella. Quel tratto di mare si era probabilmente congelato prima di acquetarsi del tutto, e mi faceva pensare con sospetto a come sarebbe stato più avanti.

Più avanti s’incominciò invece ad andar benino. Ma una nuova inquietudine mi prese. Come mai si vedeva il fumo molto più vicino che dalla spiaggia ma non ancora il vapore? Dal faro, col cannocchiale lo si scorgeva; dalla spiaggia no per la curvità della terra, che a 10 km nasconde circa 7 m d’altezza, cioè press’apoco tutta la parte emergente del vapore. Ma dal punto ove eravamo, cioè ormai a mezza distanza, si sarebbe dovuto vedere lo scafo vero. E invece no. Che ci fossimo ingannati e fosse invece molto più lontano?

Perché voi sapete che di un vapore di ordinarie dimensioni si può scorgere lo scafo, a circa 10-12 km: al di là, esso è celato dalla curvità delle acque che  seguono quella del globo. Tutti quelli di voi che sono stati al mare hanno osservato questo curioso nascondersi a così piccola distanza. Ed è perché le navi possano vedere i fuochi dei fari e i segnali dei semafori che gli uni e gli altri sono su torri o su alture.

Ma poco dopo l’arcano doveva spiegarsi. Ci trovammo di fronte ad una impressionante sorpresa, un intoppo insuperabile alle macchine. Il piano marino era sparso di lastroni e di blocchi di ghiaccio accatastati in disordine per lo spessore di un paio di metri ed anche più su una larghezza di forse un centinaio. Pareva questo campo innanzi a noi un enorme cantiere di pietre semi-trasparenti da lastricare o uno di quei depositi di pezzi di marmo che si vedono nelle cittadine ai piedi delle Alpi Apuane. Doveva essere accaduto press’a poco questo: sul margine del mare congelato l’onda morta di qualche tempesta lontana si era insinuata sotto il ghiaccio, l’aveva sollevato e rotto, buttati i rottami in lastre e frammenti sul piano gelato retrostante, poi tutto si era ricongelato.

Ach Gott, che spettacolo! ci dicevamo entrambi, il mio tedesco ed io senza più né janein, perché la meraviglia ci abbacinava, ma anche ci toglieva la speranza di andare avanti in bicicletta. Perciò cercammo un bel lastrone ben alto e vi issammo in vista le nostre due macchine proseguendo a piedi.

Il rompighiaccio all’opera

Quella barriera, inavvertita per il suo biancore, ci aveva nascosto il piroscafo, ma appena al di là questo ci apparve ormai a solo un paio di km.

Affrettammo il passo coll’occhio intento. Sorgeva isolato, ancora un po’ piccolo per la distanza ma ben visibile. Di minuto in minuto si faceva più preciso. A un km cominciò a diventare visibile la manovra dei rompighiaccio; parevano pesciolini che si sfregassero intorno a una balena. A cinquecento metri, poi ancor più vicino divenne interessante al sommo. Sul ghiaccio, davanti al piroscafo, un centinaio di uomini con dei picconi, in doppia fila indiana, l’una distante dall’altra una trentina di metri, scavavano nella direzione dell’asse del vapore a destra e a sinistra un solco profondo una decina di cm. Segnavano una incrinatura per facilitare lo spezzarsi della superficie. Un rompighiaccio prendeva lo slancio tra i frantumi già fluttuanti e si buttava contro la superficie ancora intatta, nel mezzo, tra i due solchi. Ed era bello vedere la tozza macchina urtare il piano con la obliqua prua sporgente, alzarsi su di esso quasi volesse salirvi, emergere per due o tre metri, poi ad un tratto sfondare la superficie che si rompeva in lastroni. Scafo e masse di ghiaccio sembravano accavallarsi, sommergersi, tornar fuori con violenti urtoni, mentre sotto la superficie gelata, l’onda morta prodotta da quello scompiglio si propagava a distanza, giungendo fino a noi con scosse quasi da buttarci per terra, lasciandoci un’impressione sgradevole  di insicurezza.

A bordo, poi in fuga

Passata la prima tremarella, quel dondolìo ci parve poi la cosa più naturale. A tutto si fa l’abitudine. Del resto, anche quel ghiaccio era naturale a suo modo. Battendovi il piede, l’orma si imprimeva per un paio di cm e s’empieva d’acqua.

A fianco del vapore, uno di qua e uno di là, due altri rompighiaccio guizzavano senza posa innanzi e indietro vietando ai lastroni di rinsaldarsi. Saltando dall’uno all’altro, come vedevamo fare gli uomini intorno, arrivammo alla scaletta e salimmo sulla nave. Mentre eravamo così a bordo giunse da terra un fotografo in slitta trainata da quattro cani; pianto la sua macchina a un centinaio di metri; io mi arrampicai sul sartiame e così rimasi nella fotografia che poi, per la tenue moneta di tre marchi, mi fu mandata a Milano.

Intanto il sole stava per calare. Mezz’ora dopo, senza essere ancora tramontato, s’era completamente spento nelle brume dell’orizzonte. Allora si produsse in noi, che eravamo ridiscesi sul ghiaccio, un’impressione improvvisa di freddo e di solitudine. Cessati i riflessi dell’astro, una tinta plumbea si diffuse su ogni cosa. Nel vapore si erano accese luci di lampade che si scorgevano nelle finestre dei fianchi. Aveva ora i fuochi di posizione: il fanale bianco tra la prora e il trinchetto, quello rosso di babordo sul fianco destro, il verde di tribordo ci restava nascosto.

I rompighiaccio continuavano con sordo rumore l’opera loro, bassi e striscianti, quasi già nell’ombra.

A casa, a casa presto! Troppo ci eravamo attardati. Sentimmo che quel naviglio ci era estraneo, che eravamo soli e non dovevamo perdere tempo. Ci colpì come cosa impensata il ricordo delle biciclette abbandonate là, nella sterminata accozzaglia di rottami ove dovevamo ritrovarle, prestissimo, prima che le tracce se ne perdessero nel crepuscolo. Presto, presto! Filammo, con le ali ai piedi e per verità il cammino, col quali ci eravamo familiarizzati, senza più le distrazioni della venuta né i dubbi, ci parve e fu ben più breve. In venti minuti fummo alla barriera e Ach Gott, ja, ja! ci trovammo proprio davanti a noi, per vero miracolo, dormenti sul loro piedistallo le nostre due macchine.

E come fu? Quel tratto a buche, che ci era apparso quasi impraticabile, ora, nella febbre del ritorno, ci sembrò tutt’altro: molto più facile. Ah, l’esperienza, che maestra!

Si accesero nella penombra della costa i due fari di Travëmunde. Ach Gott, ja, che comodità! Uno basso, rosso, fisso; l’altro più alto, ammiccava a eclissi, mezzo minuto scintillante, mezzo minuto spento. E ci chiamavano a sicura meta. Noi volavamo – relativamente – vale a dire che ormai sul ghiaccio buono andavamo forse a 15 km. Ah, quando fu finita!

Bello il mare gelato… quando si mette piede a terra.

Luigi Vittorio Bertarelli

“Pedalando sul Baltico ghiacciato” –
da Insoliti viaggi – L’appassionante diario di un precursore,
Touring Club Italiano

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El búho deja su meditación, limpia sus gafas y suspira. Una luciérnaga rueda monte abajo, y una estrella, se corre. El búho bate sus alas y sigue meditando. Federico Garcia Lorca
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