Līgo svētki Latvijā

Mercoledì 22 giugno, durante la pausa pranzo, ricevo a sorpresa una chiamata da Joanna. Con la bocca spalancata, sento che mi dice “partiamo stasera!! Alle sette e mezza”. È eccitatissima, ma resta come sempre molto vaga, non so se per natura o se perché convinta che non possa capire / non mi serva avere troppe informazioni. Le dico con un filo di voce “ma io finisco di lavorare alle 6… e devo preparare tutto. Tutto cosa, poi?”. Insiste nella sua estrema fretta gioiosa, non mi resta che dirle che le avrei fatto sapere. Vado dal capo, e lui è come sempre molto gentile. Tra il serio e il faceto, mi concede di lasciare l’ufficio alle 4 e mezza – in ogni caso, il tuo lavoro l’hai finito e non sono affatto certo di avere altro di così urgente da farti fare.

Lascio in tutta fretta Teatra iela, e mi dirigo al Teatro Nazionale per comprare i biglietti di Imantsdiena. Tra un’incomprensione e l’altra passa mezz’ora abbondante e quando esco  dal Teatro sono incazzata come una biscia: per questioni di carte di credito (è sempre così, qui, ogni volta che devo comprare biglietti di qualcosa!) non posso acquistare i biglietti che mi servono: o American Express, o niente. Ma dico?!
Ha anche iniziato a piovere e ho una borsa che pesa otto chili. Affretto il passo verso casa, dall’altra parte del mondo, e bestemmio lungo tutto il percorso. La smetto solo un po’ in Lāčplēša per rispetto nei confronti di uno dei posti “del mio amore”.

Una volta a casa mangio il formaggio di Jani che ho comprato in pausa pranzo al Mercato Verde in Doma Laukums, e con la bocca piena di pane e formaggio corro da una stanza all’altra. Non so cosa mi aspetta e non so come riempire lo zaino, non so nemmeno quando tornerò. Mi chiedo per un attimo se sia stato saggio dire di sì a Joanna, ma ormai è fatta. Prendo quello che credo mi serva, lascio un messaggino a Pier, fissandolo con il nuovo, bellissimo magnete che dice “Ko skaties?!” e mi lascio alle spalle il mio dz.22.

Da buona trevigiana arrivo in stazione in anticipo, Joanna invece spacca il secondo, ma rischiamo comunque di perdere il treno per via di un siciliano cui lei doveva lasciare una torta, il quale si presenta in vago ritardo. Sul treno per Saulkrasti lei incontra un amico lèttone di ritorno dalla Georgia. Continuo a non capire perché non parliamo tutti e tre in inglese anzichè dividere le conversazioni in settori stagni, lèttone tra loro e italiano tra me e lei. Decido che a volte capire non occorre, mi perdo nel paesaggio. Prima di arrivare lei mi parla del suo rapporto col siciliano e io di rimando decido che, nonostante la nostra conoscenza non proprio approfondita, è il caso di raccontarle la mia cotta baltica – il che ovviamente ci avvicina non poco, e la rende felice. Io sono sempre così rigida, e nonostante questo lei dice che sono l’unica donna italiana di cui non ha paura, ché tutte le altre sono “così sicure di loro stesse e forti”… Mah. Una visione totalmente diversa dalla mia, ma comunque ci sarà del vero anche in essa. Penso solo che non so dove andrebbe a finire la forza delle ragazze italiane che conosco se le molli nella campagna lettone o anche solo nella periferia di Riga.
Butto un occhio e con sgomento vedo passare la stazione di Pabaži, mentre ancora sediamo nel treno. Spalanco la bocca e indico fuori. Joanna ride e mi spiega che è più vicino scendere a Saulkrasti, per casa sua, anche se tecnicamente è Pabaži. Non ribatto nulla perché io ho la stessa tecnica tra Treviso e Preganziol, e tutto mi pare estremamente ragionevole.

Arrivate a Saulkrasti ad attenderci c’è Eduards, il padre di Joanna. Sembra un cinquantenne ma ha 65 anni: misteri della Lettonia. Ci porta in spiaggia e la sabbia è un po’ diversa, più granulosa, ma mi dicono che cambia quasi di kilometro in kilometro.  Finalmente vedo il famoso mare di Saulkrasti: è tutto aperto e libero e così vuoto… c’è solo mare puro. Respiriamo un po’ d’aria e torniamo in auto.

La casa della famiglia di Joanna sembra un fungo selvatico, di mattoni rossi allo stato brado e edera dalla lunga criniera. Ci viene incontro Cinzano, detto Čiči, il gatto di casa dallo sguardo simile a quello di un bambino. Dopo sei gradini e due porte di legno, una valanga: Zeltite mi abbraccia ancora prima che io dica “ciao” e che Joanna mi presenti, e mi stampa un bacio sulla guancia. La prima accoglienza lèttone che non mi aspetto! Mi dice buon-jorno e io mi sento così sollevata per il mio non-lèttone che faccio un sorriso a 84 denti. Rihards, il fratello, invece sta due passi indietro e sulle sue. Mi sbircia di sottecchi dall’alto dei suoi quasi due metri, tenendo le braccia incrociate che lo fanno sembrare ancora più muscoloso. Saluto con meno imbarazzo possibile, e Joanna mi porta in camera a posare la roba.

Rihards si ostina a parlare in lèttone con la sorella, che mi parla in italiano anche se lei, qui, è la prima a sostenere che dovremmo tutti parlare in inglese, visto che tutti e tre lo sappiamo e anche lui – che lavora in Svezia – non dovrebbe avere problemi. Per tutta risposta, però, quando lei gli dice lets speak english lui attacca in svedese, ridacchiando. Io ridacchio di rimando e mi concentro sulla balta merce che mi hanno incaricato di preparare. Prima di mangiare pregano cantando una canzone, Rihards è l’unico che, con me, non canta ma guarda il giardino che si vede dalle ampie finestre della cucina. Si mangiano patate del giardino (garšigi!) con una salsa che pare ragù e che è da leccarsi i baffi, pomodoro e cetriolo con la mia balta merce (pas mal!) e pane e burro, e si beve kvass (che vorrei rifiutare ma visto il modo in cui Rihards ci si è avventato sopra non ho il coraggio di dire che per me è pārāk salds). Dopo poco Zeltite estrae dalla credenza, sorridente, il vino di mele, e mi da la scusa per abbandonare lo kvass… peccato che dopo due bicchieri sono già ubriaca!

Dopo la cena, vado con Joanna a fare una passeggiata nei campi e lungo il lago. Andiamo fin al piccolo molo seguite da un gatto che sembra Cinzano, ma non è lui. Il gatto si ferma a pulirsi e leccarsi, ostruendo così il passaggio dal molo al prato. Joanna ridendo sentenzia: “Se il gatto si pulisce ci sono ospiti” (proverbio locale). Rientriamo a malincuore ma non si può fare altrimenti perché gli odi (zanzare) ci stanno mangiando vive nonostante la mia sciarpa che ci siamo legate entrambe, in cordata, attorno al viso. Passando attraverso il giardino, rubiamo 4 fragole dall’aiuola: sono così buone e così poche che la felicità sembra proprio quella, cogliere fragole allungando una mano, nel verde serale.

Una volta in casa, Joanna mi dice che la sorpresa è pronta: pirts! Io non me l’aspettavo, ma è normale qui avere una sauna in casa! Chiedo se devo prendere il costume, lei mi guarda un po’ sorpresa e mi dice “se vuoi sì”. Decido di no, se è così che si fa. Dopo la prima “sessione” (70°C: entrando credevo di morire sul colpo) usciamo per andare su in cucina da Zeltite, che sta intrecciando un vainags di quercia. Ci prendiamo un the di menta del giardino, mentre sediamo in asciugamano. La notte sta lentamente calando ma il cielo conserva un bordo chiaro. Ho il viso caldissimo e il the lo fa sudare ancora, ma la schiena nuda contro il legno della sedia mi ricorda cosa sia la sensazione di frescura. E’ così surreale, per me, ma tutto è bello e buono intorno, soprattutto le foglione di quercia – che a guardarle bene sono proprio da maschi! :)
Nonostante avessi per un attimo ingenuamente pensato che la sauna fosse finita lì, Joanna dopo un po’ mi invita a tornare giù, turpinam! Scopro così che lei fa ogni volta almeno tre “dentro-fuori”, e al terzo è il turno delle frustate con i ramoscelli di betulla, e altre piante. Dentro la sauna parliamo di molte cose, mi chiede del futuro, che è sempre un argomento che scatena in me il più grande terrore: cerco di mascherarlo giocando con le dita con un po’ di sveķi che spunta dalla parete, ma non funziona troppo. Solo durante i minuti in cui mi rilasso durante il “massaggio” con i rami di betulla mi dimentico di quasi tutto lo sconcerto che tale domanda ha rievocato in me.

Dopo la sauna era previsto il bagno nel lago (che sta a 50 m dalla casa) ma siamo troppo stanche e sono quasi le due. Mi butto sul materasso accanto al letto di Joanna, e dormo profondamente, non senza prima pensare che il giorno dopo devo ricordarmi di mandare un sms a Gatis per dirgli buona festa, e dove sono.

Alle 7 del mattino Joanna, la donna più mattiniera del mondo, si alza. Io la sento ma decido di fingermi addormentata; lei fa di tutto per non disturbarmi. Cinque minuti dopo entra Čiči e mi si accoccola sui piedi. Sorrido tra le mie braccia e resto altro po’ ferma lì. Solo quando, mentre io tiro la coperta un po’ più su, lui si sente defraudato del suo giaciglio e decide di aggrapparsi con le unghie ai miei piedi capisco che è ora di svegliarsi. Joanna rientra in camera e mi trova alle prese col suo gatto: “Nē, nē, nē!”. Nel sonno più totale ubbidisco ai suoi suggerimenti e mi metto il costume da bagno. Mi infilo una felpona che mi passa dall’armadio e la seguo, scalza, fuori nell’erba. Faccio appena in tempo a preoccuparmi delle eventuali zecche, che è già ora di spogliarsi (ci sono 15 gradi e una certa nebbiolina, prima che piova). Lei mi precede nell’acqua del lago e io già dall’immersione del primo piede capisco che l’acqua non è mica tanto calda… ma lei continua ad avanzare e poi si butta con un lieve sciuff. Io come una marionetta la imito, nonostante il freddo crescente. Una volta immersa, nuoto a rana sbuffando come un tricheco per via del freddo che mi assale, ma dopo un po’ mi accorgo che non è così male, e l’idea di uscire è quasi peggio di quella di essere entrata nel lago. Costeggiamo un canneto ed emergiamo. Nel freddo umido della riva togliere il costume si rivela un sollievo ma mi rendo presto conto che la felpa non era poi così grande. In ogni caso non c’è anima viva attorno e decido che posso anche fregarmene: non era a me che piaceva tanto stare nuda?

L’idea della colazione mi spinge in casa come una faina, e dopo essermi rivestita eccomi di nuovo al tavolo con Zeltite ed Eduards che ci aspettano. Mi riempio di biezpiens con le fragole e lo zucchero, the, biezpiens e dilles sul pane nero, pane e formaggio e burro, e poi ancora fragole. Fuori inizia a piovere. Rihards ronfa ancora nella sua stanza.
La partenza è rimandata alla fine della pioggia e io Joanna e Zeltite ci mettiamo a fare il dolce di rabarbaro. Io imparo, più che altro. Poi Joanna sguscia via e io resto a osservare Zeltite che prepara la pasta e stende la crema, mentre mi descrive in lettone le varie operazioni e gli ingredienti. E’ chiaramente del tutto inutile, perché capisco poco e, assistendo alla preparazione, ogni parola è superflua… ma quanto mi piace stare lì a sentire lei che parla e cucina! Mi sembra sia tutto tiepido come un nido, mi viene in mente il piccolo di gabbiano che Gatis e Pauls hanno salvato e ora stanno accudendo: anche lui era caduto dal nido, povero scricciolo.
Joanna torna in fretta con del lavoro da fare: mi dà da decorare alcuni bigliettini, su cui mi sbizzarrisco con motivi floreali. Iniziano a darmi dell’artista, e Zeltite (che la sera prima mi aveva detto che restare in Lettonia è un problema perché non c’è lavoro) mi dice che sono così brava che posso andare a fare l’insegnante di educazione artistica nella scuola dove insegna lei! Magari!! Alla fine mi appioppano anche delle fasce da decorare con la scritta Miss Līga e Mr. Jani, per un concorso di bellezza/gioco che Joanna organizzerà durante la festa. Attorno alle 12.30 partiamo da casa, facciamo tappa a un supermercato ad Ādaži e ci dirigiamo verso Koknese. Rihards si è svegliato a mezzogiorno e siccome ha potuto finire tutte le (tante) fragole rimaste, per mia gentile concessione, ora mi parla in inglese :) Durante tutto il viaggio in macchina mi traduce le canzoni dei Prata Vetra che fanno da corollario all’intero viaggio nella Golf color oro.

L’arrivo a Orinoko, a Koknese, è un po’ stressante per me: tutta la famiglia allargata e gli amici di Joanna sono già lì. È un sacco di gente e tutti si conoscono e io sono una sorta di aliena senza lingua. Continuo a trovare strano che anche la gente che parla inglese si rifiuti quasi categoricamente di parlarlo. C’è una ragazza, Elina, che studia a Londra e che non mi rivolge la parola in inglese che un paio di volte, quando siamo sole. In ogni caso in questo paese questa è una situazione che non mi infastidisce molto, e mi chiedo come mai (se fossi in Francia avrei già desiderato ucciderli tutti, credo). Penso che è un’ottima occasione per cercare di fare esercizio di ascolto. Joanna è una specie di animatrice della festa e non passa molto tempo con me. Io mi adatto e faccio il fantasma della situazione: muta, assisto a tutto. Loro nel frattempo si abituano alla mia presenza.

Alle 5 andiamo a fare un giro in barca sulla Daugava, fino alle rovine bianche del castello. Il pilota della barca non è molto esperto e continua a prendere le onde di traverso. Per un po’ siamo fortunati, poi ne prendiamo una troppo male, e questa balza nella barca, lavandoci tutti da capo a piedi. Ridiamo abbastanza in un’unica lingua e ci stendiamo al sole e al vento per asciugarci, cosa che avviene piuttosto velocemente. Il paesaggio non mi colpisce particolarmente, castello a parte, e durante il ritorno mi addormento sulla spalla di Joanna. La cosa sorprende tutti a un punto tale che il mio sonno in barca è, quando sbarchiamo, la prima cosa che viene raccontata a quelli che erano rimasti a riva. Dico, ma non c’era anche un castello di cui parlare? Ebbene, comunque, non vengo forse da Venezia? Sarà normale per me la barca, o no?! :) In effetti, posso anche dire di aver provato un po’ di imbarazzo per il pilota, quando ha dovuto fare una decina di manovre prima di riuscire ad accostare la barca al pontile. Mai vista, mi, ‘na roba cussì…

Alle sei di sera circa gli uomini attaccano a fare la carne alla griglia. Se ne cuociono quantità indicibili, e in generale il cibo è abbondantissimo. C’è di tutto, dalle insalate russe alle verdure fresche, al pesce grigliato e fresco, a interi vassoi di frutta, e mille bicchieroni di salse di cui non so nemmeno tutti i nomi! Disorientata da tanto cibo ne mangio in quantità e in ordine sparso, finendo per essere quasi disgustata dalla successione ignobile di dolce salato dolce che mi auto-propino. Decido di risolvere il tutto con un mezzo litro di sidro di fragole FIZZ e solo la partita a pallavolo mi salva dal collasso per indigestione.

A giocare nel campo erboso siamo in 10 per squadra circa, e per migliorare le cose Joanna decide che ogni squadra sarà dotata di un asciugamano che deve essere tenuto da due giocatori, e che almeno uno dei 3 passaggi canonici va fatto tramite asciugamano. La mia squadra perde tutte le partite ma mi diverto comunque, specie quando mi fanno tenere l’asciugamano insieme alla russa biondissima. Sono abbastanza imbranata, ma vedere Solvita che si scansa lanciando urletti acuti per paura di rovinarsi le unghie mi tira su di morale.

Finite le partite, di colpo additando il sole qualcuno si accorge che è tardi e tutte le donne abbandonano il pallone per lanciarsi a perdita d’occhio nel campo di fiori. Occorre fare i vainagi, le corone!
Joanna mi spiega velocemente come fare, ma non mi rivelo una brava allieva e dopo circa 10 minuti, quando lei è a metà corona, io tengo un mano una specie di balla di fieno… Zeltite addocchia il mio labbro inferiore sporgente, e corre in mio soccorso. Mi spiega con pazienza come fare, e in pochi minuti forgia un vainags molto carino, che mi mette in testa. Non mi è chiaro se tale coronamento sia (o fosse, in origine) destinato alle vergini, o se ciascuna donna lo possa vestire. Siccome sto prendendo tutto molto seriamente, mi faccio venire quasi degli scrupoli di coscienza… ma poi vedo una mamma passare impettita e incoronata coi suoi due bambini accanto, e faccio spallucce!

Di lì a poco, si accende il falò. Ci riuniamo attorno a esso, tutti senza eccezione, e girando in cerchio cantiamo. Io posso ripetere solo il ritornello ma mi diverto ugualmente! Passiamo tenendoci per mano sotto a un portale verde che ha costruito Eduards con l’aiuto di Rihards, io tendo a perdere la corona un paio di  volte… dopo di che, è la volta dei balli. La loro velocità è tanta che vengo espulsa dal vortice dopo un po’ di giri e mi ritrovo a parlare di basket e di treviso con quello che, apparentemente, è il proprietario del VEF Riga. Vorrei indagare ma si salta il fuoco, esprimendo desideri. Poi si torna verso la casa. Qualcuno va a letto, la mezzanotte è passata da un bel po’. Restiamo a bere caffè o whiskey per un paio di ore, le più buie. Depongo il vainags in un angolo protetto, quando Joanna mi invita a unirmi a lei e altre ragazze per immergermi della piscinetta calda all’aperto. Restiamo diverso tempo nella polla tiepida, l’acqua odora di qualcosa e il suo fumo sale nell’aria sempre più fresca. Sembra oleosa sulla pelle, e all’inizio mi ripugna un po’. Il confine tra l’acqua e l’aria è una striscia di polvere e rugiada sul mio collo e dietro la schiena: mi immergo fino al mento, i capelli raccolti. Le donne parlano di una sauna fredda crioterapica a – 120°C che va molto di moda ora, a Londra, e anche a Riga; poi escono dalla piscinetta e si allontanano tra le piante del boschetto. Le guardo come una civetta cui sia stata iniettata atropina nelle pupille: “vanno a prendere l’acqua della notte, dai cespugli e dall’erba” dice Joanna “rende belle e sagge”. Mh, penso io, forse è meglio se resto brutta e pazza, ma sana. Poi il momento di uscire dalla placenta viscida del giardino viene anche per noi due, e corriamo veloci e scalze fino in sauna. Anche la sauna però si sta raffreddando, e ci costringe a vestirci e allacciarci negli scialli. Sediamo al coperto, intirizzite e svegliate dai continui cambi di temperatura; spunta Rihards con una lanterna, ci chiede che facciamo. “Noi aspettiamo l’alba, dice Joanna, dobbiamo mettere il vainags nella Daugava, allora”. Lui attende con noi. Verso le quattro il cielo si imbarazza e diventa rosa. Andiamo oltre il prato e oltre il boschetto. Passano lontani oltre il verde i fari di alcuni camion, lungo una strada che non si vede. Si alza il sole, Rihards si dichiara soddisfatto e va a letto. Gli dico “buonanotte, anzi labrit”, lui camminando via mi corregge “Labrit è solo quando ti alzi”. Apro la bocca interdetta, ma poi la richiudo in silenzio… Joanna ha preso a cantare una canzone sul sole che sorge, in dialetto del Latgale.

Passa una lepre, vicinissima e con le cosce piuttosto grosse. Le diamo la precedenza, e torniamo in riva alla Daugava. Joanna mi ammonisce “Prima di lanciare la corona, pensa bene a cosa desideri”; la prendo seriamente, come quando avevo saltato il fuoco, e chiedo qualcosa a qualcuno: poi getto il mio vainags. Atterra sull’acqua, si muove impercettibilmente, sembra fermo, poi lentamente si allontana. Lei fa altrettanto.

Quando mi stendo, infine sul letto, accanto a Sintija, il sole è quasi alto: la notte era la più breve.

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El búho deja su meditación, limpia sus gafas y suspira. Una luciérnaga rueda monte abajo, y una estrella, se corre. El búho bate sus alas y sigue meditando. Federico Garcia Lorca
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Una risposta a Līgo svētki Latvijā

  1. Nautilus ha detto:

    Potrebbe sembrare una frase di circostanza, ma non se detta da me: mai pensato che frammenti di questo tipo dovrebbero diventare un libro?

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