La Festa del 9 Maggio, a Riga

Così lunedì decido di andare a sentire Mielavs che suona in Uzvaras Parks il nove di maggio, non inconsapevole che si trattasse del concerto offerto come conclusione dei festeggiamenti per la vittoria dell’esercito sovietivo sul nazismo. Fosse solo questo, dici, dove sta il problema? Il problema è che questa festa in Europa la si celebra un giorno prima, l’8 maggio, e si tratta della “vittoria sul nazismo”, mentre il 9. maija in Lettonia è per i russi il giorno in cui l’URSS ha prevalso e ha avuto inizio in Lettonia la dominazione russa. Dunque la festa non di un Paese, ma di chi festeggia più una vittoria sovietica e l’inizio di un’era che per la Lettonia è stata di dominazione.

Uzvaras Parks, domenica sera

Fatto sta che domenica otto maggio ci saranno state, alla stessa ora, un decimo forse delle persone che erano presenti lunedì.

Lascio il mio appartamento in Bruņinieku e arrivo alla Daugava, presso il Ponte della Ferrovia, in circa 20 minuti. Lungo 11. novembra krastmala la quantità di gente che segue la mia stessa direzione comincia ad aumentare. Sull’Akmens tilts non si sente parlare che russo, a gruppetti, quasi nessuno sfornito di bottiglie (sia di Cola che di alcolici, il contenuto non credo cambiasse molto). Dopo altri 15 minuti scarsi, lungo il Museo della Storia delle Ferrovie Lettoni il marciapiede è ormai quasi un senso unico di gente, nessuno parla lettone; è palese che vi sia un’unica destinazione comune a tutti, Uzvaras parks. Io taccio e cammino svelta, chiedendomi cosa avesse voluto dire Sabine quando mi ha consigliato di stare attenta. Poco dopo comincio a intuire: si incontrano persone ubriache, simili a cavalli scossi, non solo barcollanti ma quasi incapaci di reggersi eretti anche quando non compiono alcun passo. Mi colpisce una donna, sulla quarantina, ben vestita, che pur vedendo una bici venire verso di sè p incapace di muovere un passo e fatica a stare sulle gambe. Un gruppetto di ragazzi la schivano, le ragazze ridacchiano in scherno, un solo biondo si gira per vedere se la donna ubriaca fosse caduta o meno. Io che sono proprio dietro di lui colgo il suo sguardo triste e preoccupato oltre le labbra piegate in un sorrisino forzato. Le donne ubriache sono uno spettacolo forse anche più misero di quello che offrono gli uomini, non so perché e appartenendo alla categoria vorrei non fosse così.

Procedo ancora, il Parco della vittoria si avvicina, e ora il fiume di gente straripa dai marciapiedi, invade la strada. Il traffico è quasi bloccato, i festeggiamenti di ieri in confronto sembravano la sagra di un paesino di 100 abitanti, io sgrano gli occhi.

Dall’altra parte della strada una macchina inchioda con rumore stridulo e suona il clacson con stizza. Davanti al suo cofano, a mezzo metro, un uomo curvo che sbarra gli occhi sorpreso e non si muove: un altro ubriaco perso che non ha visto che non era il momento per attraversare e ora non capisce come togliersi dalla strada. Alla fine circumnaviga l’auto, che riparte sgommando (qui pare normale).

Cinquanta metri dopo la gente è quasi tutta in strada, i marciapiedi insufficienti. Anche io cammino sul ciglio quando davanti a me vedo una giovane donna che stringe una bambina molto piccola al petto e grida disperatamente “Kolya! Kloya!”. Per una volta non è un’ubriaca, dunque non capisco… finché non vedo, qualche metro più in là, due uomini accortocciati uno sull’altro in mezzo alla carreggiata. Un’auto in avanzamento frena per non metterli sotto: loro si stanno picchiando. Accorrono tre poliziotti, li separano. La giovane continua a gridare il nome del marito rissoso, uno dei due litiganti ha sangue sul viso, non so se sia Kolya. In quel momento mi si stringe il cuore ma accellero il passo e mi allontano, anche perché i due continuano a dimenarsi e la polizia fatica a tenerli fermi.

In Uzavaras parks è un assembramento inaspettato, per me; ognuno porta mazzetti di fiori da deporre sotto il monumento, che già ha ai suoi piedi un tappetto spesso di tulipani o garofani, prevalentemente rossi o rossastri. Tutti quasi hanno appuntata al petto la spilletta o il fiocco nero e arancione, in segno di rispetto per i caduti. C’è uno schermo su cui scorrono le immagini degli eroici reduci russi, seduti in posti d’onore da qualche parte in prima fila: gli uomini hanno la divisa militare coperta da onoreficienze, le vecchie piangono mentre lo schermo le mostra mentre muovono la bocca in un racconto o una preghiera. La piazza si è divisa quasi spontaneamente in due corridoi dove la gente non sta ferma rivolta verso lo schermo, ma procede lentissimamente (siamo stipati!) in doppio senso per e da il monumento, dove tutti depongono i fiori. La gente ha in una mano i fiori, nell’altra borse della spesa piene di bottiglie). Le facce non sono sorridenti, sembra che tutti sentano molto la solennità della celebrazione.

Due donne sul palco presentano il resto della serata, una di rosso vestita, l’altra in bianco e nero. Alle 20.30 precise chiamano sul palco come fosse una star il sindaco di Riga, Užakov. Lui arriva in centro salutando e spalanca le braccia puntate verso l’alto. È giovane, abbastanza attraente per essere un russo, ha i jeans una camicia e la giacca scura; colletto aperto e niente cravatta. Comincia a parlare e io non capisco niente ma dal tono mi ricorda Mussolini dal balcone… È lì piantato in mezzo al palco con le gambe divaricate e parla con impeto. La gente tace, esplonde in applausi e sventola bandiere russe solo quando lui tace appositamente. Lo schermo lo mostra con lo sguardo fiero, e tutto questo mi pare surreale, perché vengo da un paese in cui, in fondo, in confronto a questi qui, a nessuno frega veramente niente di niente.

In un’ovazione finale Užakov esce dal palco, tornano le due presentatrici. Annunciano Mielavs in russo, poi una prima di uscire dice brevemente in lettone “Ecco Ainars Mielavs, cantautore lettone”.

Entra Mielavs, in piedi al microfono, accompagnato da due chitarre, due uomini della sua stessa età o un po’ più anziani, sempre grigi di capelli, che si accomodano alle sue spalle. La sua faccia e il suo atteggiamento sono del tutto diversi da quelli del sindaco, parla piano, lento, non pare aver pensato a cosa dire o è intimidito. Ovviamente si esprime in russo ma la platea non pare badarlo, sono quasi tutti diretti con occhi e cuore al monumento, e Mielavs sembra quasi il musicista di un piano bar che stenti a ricevere attenzione, e nonostante questo non possa esimersi dall’esibirsi.

Canta una prima canzone in lettone, al fine della quale quasi nessuno applaude. Poi attacca una seconda in russo, dopo aver speso ancora qualche parola, c’è abbastanza silenzio. Un vecchietto in piedi accanto al primo corridoio di gente in processione armata di fiori accarezza tutti i bambini piccoli che vanno, sulle spalle dei padri o in braccio, verso il monumento con i fiori rossi stretti nei loro pugnetti. Un bimbo ha anche il cappello militare. Mielavs continua a cantare in sottofondo, una seconda, una terza canzone in russo. Alla quinta canzone io decido di andarmene, anche per non essere lì nel mezzo se poi la gente prende a bere e succede qualcosa. Mi domando cosa ne sanno di quello che stanno onorando i ragazzi di 16-17 anni, che pure sono presenti in massa, e hanno facce convinte, o portano le magliette dei volontari dell’associazione “9 maggio”. Mi domando perché Mielavs, che è lettone, ha deciso di suonare qui: forse nella speranza di un riavvicinamento? Non posso fare a meno di pensare che comunque lo Stato lettone permette questi festeggiamenti; non sarebbe ovunque tanto scontato poter festeggiare pubblicamente il giorno in cui l’indipendenza del Paese è venuta meno.

Mi avvio verso Slokas iela: il parco che attraverso è pieno di gente sbandata con bottiglie o borse di bottiglie, la grande maggioranza della gente beve o ha bevuto. Diversi non si reggono in piedi, più di qualcuno sta di spalle a uno o due metri dal vialetto e piscia nel prato. Sono le 21.30 circa e il cielo è ancora chiaro. Montagne di bottiglie ovunque, scorgo un gruppo di 3 uomini vestiti di nero che avanzano incerti tra l’erba, li segue un bambino di circa 7 anni, probabilmente il figlio di uno, portando sulle spalle (l’unico!) una borsa, e guarda per terra. Mi chiudo nella giacca e tiro dritta, rischiando di essere investita da un pazzo in bici che corre velocissimo e quasi rabbioso in mezzo alla gente che passeggia. Imbocco Slokas iela e il traffico è scarso ma rallentato. Una vecchia macchina nera tirata a lucido riporta scritte in cirillico sul sommo del parabrezza, e ugualmente lungo le fiancate, fatte con lo scotch bianco. Hanno montato in cima una specie di cannone di cartapesta e vanno in giro suonando il clacson e sventolando una grande bandiera russa dal finestrino. Ragazzacci!

Più mi inoltro in Agenskalns meno gente pericolosa vedo in giro, Uzvaras parks è il centro della bolgia, e fuori il resto della città pare non saperne nulla.

Inizio il mio girovagare percorrendo tutta Slokas iela, cercando di indovinare quale sia la casa di un’amica di penna che abita lì, ma di cui non riesco a ricordare il numero civico. Potrebbe essere di tutto: ci sono case molto belle e case molto simili a catapecchie… supero la chiesa luterana, poi quella di S. Martino, poi alla fine giro a sinistra in Kuldigas iela. Mi guado intorno e mi pare di aver lasciato il centro di Riga a kilometri di distanza. Continuo a camminare, svolto un paio di volte. Il paesaggio non sono in grado di descriverlo, implicherebbe giudizi che da parte mia sarebbero sbilanciati e suonerebbero forse ancora più viziosi. L’unica cosa che riesco a pensare è che mi pare di amare quei posti, in un senso che non è passione ma che si avvicina di più a un desiderio di condivisione, o qualcosa che per ora non so spiegare. Altrettanto mi irrita fortemente il pensiero di quanti miei connazionali (o altri) si affrettino a dire cose come “i Lettoni sono tristi”, “sono un popolo così…” e fanno un gesto come di sufficienza con la mano. Tutta questa gente che non ha idea. O quella che non sopporta lo stare fuori dalla città vecchia, regno dei turisti. O quella che si esalta quando trova il bar con la birra poco costosa e la discoteca con le donne alte bionde e disponibili. Quello mi pare un paese di gomma, e non penso che non debba piacere, perchè de gustibus, però trovo estremamente sbagliato che questo tipo di “turisti” poi se ne tornino a casa predicando di essere stati in Lettonia o a Riga.

Trovo la scuola della mia amica lettone; in Kalnciema iela supero alcuni partikas veikals in cui vorrei entrare ma opto per il “no” perchè poi non saprei dove mangiare quello che compro. Supero il bellissimo negozio di Gandrs, mi imbatto nella sede dell’ordine dei notai lettoni: una casetta di legno verde con un ingresso sostenuto da due colonnine verdi. Un ragazzo con una maglietta nera sta svuotando i cestini, dentro. Procedo dritta e mi ritrovo in Slokas, così mi dirigo verso il ponte Vanšu. Scoprirò nell’andare quando lontano era, e cerco di non pensare a quanto lontana poi è la mia via. Ma dal ponte si vede una parte di Riga che finora ho poco esplorato, i dambij, i nuovi palazzi di vetro scintillanti e illuminati, lo scalo merci sul fiume, e poi verso il tramonto, più in là, la città che diventa bosco. Spuntano dei camini di fabbriche, ormai non attive. Già le immagino, di mattoni rossi o giallastri. Dal centro del ponte, davanti a me, il Castello di Riga, sede del Presidente della Repubblica. Dal Ponte scendo nel parchetto davanti al Castello; lasciato il rumore della grande arteria dietro di me, c’è solo la sera silenziosa di Vecriga: praticamente deserta, con strascichi di luce nel cielo, le lampade del Castello e le bandiere. L’erba appena tagliata, i sentierini e gli alberi. Il selciato. Sto zitta e venendo da Pardaugava mi sembra di essere entrata in un sogno d’infanzia. Mi inoltro nelle vecchie stradine vicino ad Aldaru iela, dove ho vissuto la prima volta che sono stata qui. La luce azzurrina del crepuscolo e quella gialla dei lampioni creano una morbidezza tutto attorno, tutto è sospeso e arrotondato come i sassi della pavimentazione. Mi pare di tornare da una vecchia madre che mi stia aspettando la sera, seduta nella sua poltrona, coperta, che mi sorride dolcemente senza parlare, e mi indica il piatto della zuppa tenuta in calda. Senza accorgermene arrivo dai Tre Fratelli, ogni bar lì attorno è deserto, sembra una città magica: le luci sono accese ma non c’è rumore: come di presenze nascoste per timidezza. Mi fermo un attimo davanti la sede della Saeima, un simbolo, un significato.

Mi accorgo che sovrappensiero sto tornando versa la mia “vecchia casa”, e che sono fuori strada per la mia attuale. Inverto la rotta controvoglia perchè so che uscirò dalla sfera di silenzio, ma i miei piedi e le anche sono doloranti per il tanto camminare. Passo attraverso la parte più “frequentata”, il Duomo, dietro il Duomo, i viottoli di bar, sento la musica e il chiasso di Livu laukums. Qua e là concertini live, poca gente, sigarette, birre, cameriere, gente vestita di marca. Provo quasi repulsione per un attimo, penso a Pardaugava e so con certezza dove vorrei vivere, se potessi, tra l’uno e l’altro posto.

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El búho deja su meditación, limpia sus gafas y suspira. Una luciérnaga rueda monte abajo, y una estrella, se corre. El búho bate sus alas y sigue meditando. Federico Garcia Lorca
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2 risposte a La Festa del 9 Maggio, a Riga

  1. Paolo Pantaleo ha detto:

    Che giro che hai fatto! Ma grazie, è stato come essere lì…
    Pardaugava, è un po’ come uno stato dell’anima, poi quando ci entri dentro non ne usciresti più… :-)

  2. Pingback: Riga, 9 Maggio 2011 « lituopadania

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