Savona, 14 aprile 2010

Un anno fa tornavo a casa, rientravo in Italia (strano Paese!) dalle frontiere occidentali, Ventimiglia, e poi avanti fino a Savona. Lo zaino pesava meno del senso del ritorno.
Noi avevamo un appuntamento con la farinata migliore della città, mais tu étais tombé malade… Ho dimenticato tutto, allora: di telefonare a tuo zio, di avvisarti che stavo arrivando. Non sapevo la strada per arrivare da te, l’ho chiesta al tabaccaio della stazione, e a due autisti del bus. Alla fine sono arrivata ai piedi della salita, adesso lo zaino pesava più del ritorno in sé: l’ho fatta tutta con le gambe in prima, senza fermarmi. In cima c’erano due bambini che giocavano a palla: quando mi hanno vista arrancare con questa montagna verde sulla groppa la palla è loro caduta. Sono restati un attimo in silenzio, poi uno ha detto all’altro “Sembra che parta per un lungo viaggio”. Io ho sorriso e ho precisato che non stavo partendo, ma tornando. Loro interdetti dal fatto che li avessi uditi non mi hanno più risposto, la palla rotolava in discesa in fondo al cortile.
Suono il tuo campanello, un inizio di rimorso: magari non sei a casa, e la malattia è tutta una scusa; magari invece ci sei e stai così male che l’ultima cosa che vuoi è vedermi. Passa un minuto o forse cinque. “Chi è?” gracchia il citofono; io ci ridacchio dentro, e rispondo qualcosa di sciocco, ma  tanto è ovvio che “sono io”. Mi apri il cancello, c’è ancora da arrancare. Ormai sono di nuovo piena di forze ma temo la mia stessa irruenza e penso a qualcosa da dire, così salgo lentamente le scale di pietra contorte. Tu resti sull’uscio, ti vedo e sorrido, sorridi anche tu. Mi scuso, ma sono scuse false perché sono troppo contenta di vederti – non sembra nemmeno tu stia così male.
Poi non so, entro in casa, ci sediamo dopo qualche piroetta in cucina, sono forse un po’ a disagio, si vede che non mi aspettavi veramente, tu sembri perfettamente gentile, come sempre. Mi chiedo per pochi secondi se avrei fatto meglio a star lontana da casa tua, ma poi me ne frego perché nonostante le frasi sceme che dico e il mio aver già dimenticato i posti nuovi che ho visto nei dieci giorni oltralpe sono solo felice di averti seduto a mezzo metro da me. Mi ricordo nitidamente le mie scarpe contro il pavimento della cucina, la vista dalla finestra, la porta del bagno, le tue mani magre, il bicchiere d’acqua di rubinetto.
Mi ricordo il ritorno dei tuoi, la loro gioia sorpresa nel vedermi, o almeno io non ci ho scorto rabbia per l’ospite inattesa, per la bocca in più da sfamare. Mi hai rimproverato piano per non aver avvertito tuo zio – ohimé, ancora me ne vergogno, ma non avevo nessun’altra urgenza che vederti, da quando ero scesa dal treno nella tua città.
Si prepara la cena, una cena pesante, infinito il cibo nel mio piatto eppure troppo rapido lo scorrere del tempo. Avevo un altro treno di lì a poche ore. Della cena mi ricordo che mi sono seduta vicino a te: ancora senza chiedere quale fosse il mio posto, magari rubando la sedia ad altri: che maleducazione! Volevo solo sedermi accanto a te. Per non parlare dello sforzo, nuovo per me, e disumano, per non allungare la mano e toccarti le dita, il ginocchio, il polso…

Poi tuo padre m’ha portato in stazione, tuo zio con lui in binario, i saluti, torna a trovarci, io che penso che tornerò a trovarti, ma chissà quando… gli ultimi sms mentre il treno buca la notte verso Genova, Milano… io mi sentivo come le foglie di basilico messe nel pestello e tritate: ecco l’unico mio pesto ligure, pinoli di felicità macinati con la mia sfrontatezza di quel dì.

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El búho deja su meditación, limpia sus gafas y suspira. Una luciérnaga rueda monte abajo, y una estrella, se corre. El búho bate sus alas y sigue meditando. Federico Garcia Lorca
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