Treviso. Storia di un Club (1)

All’alba del tanto atteso (da me) match di ritorno (HC) con il Perpignan, inizio a pubblicare la prima parte della mia modesta ricostruzione della storia del nostro amato club. Di più, direi quasi della ‘storia del rugby’ nella provincia di Treviso, con particolare attenzione alla squadra cittadina -la cui storia inizia prima (ma mooolto prima!) di quella del Benetton Rugby…

Redatto sulla base di “Treviso & il rugby: storia di un amore” di Andrea Passerini, Pierluigi Tagliaferro, Paolo Catella e Alessandro Cecioni. Edito da LA TRIBUNA DI TREVISO IN COLLABORAZIONE CON VERDESPORT

Le origini

Il rugby viene portato a Treviso dal trevigiano Livio Zava, che scopre la palla ovale nel 1931-32, a 19 anni, mentre è studente di medicina a Padova. Scommette con un amico di Mestre, Cesare Sarti, su chi dei due riuscirà a fondare per primo un club nella propria città. Perderà la scommessa, ma farà uno sforzo destinato a restare.

Il primo nucleo di giocatori che si crea a Treviso proviene dalle case attorno a viale Monfenera (dove c’era la segheria Fontebasso). A quegli amici Zava inizia a spiegare le regole. Presto si aggiungono in molti, di tutte le estrazioni sociali, figli di ricchi e di operai, facchini, artigiani, studenti… ma fino agli anni ’50 il rugby viene etichettato dai genitori degli uni e degli altri come “uno sport da delinquenti”, Dio solo sa perché (o forse anche noi: lo scontro fisico a mani nude certo non manca). La descrizione trevigiana del primo rugby, da parte dei profani, sarebbe potuta essere qualcosa come “no so mìa mi, i se bate…” (non so mica io, si picchiano). Viene in mente anche la famosa citazione di Oscar Wilde, secondo cui “Il rugby è il modo migliore di tenere trenta energumeni lontani dal centro della città”.

La goliardia universitaria patavina – ambiente in cui Zava e molti altri erano immersi – contribuisce con l’indispensabile apporto di spasso e scherzi: non per nulla si ha traccia di qualche osteria che bandì, pare, la squadra dai propri locali dopo terzi tempi di gran baldoria, o di talun giocatore schedato in questura come “nottambulo nullafacente” perché sorpreso a tirar tardi in centro. Va ricordato anche un ben poco leggendario aneddoto secondo cui un noto preside di liceo, mentre era diretto a Milano in treno, venne cacciato dallo scompartimento da un gruppetto di rugbisti che, in maniche di camicia e con il finestrino aperto in una fredda giornata d’inverno, sostenevano di averne diritto in quanto pesanti “sie quintai in mischia”.

Via Paris Bordone dopo il bombardamento del 7.4.1944; Treviso.

Il Dopoguerra

Poi venne la seconda guerra mondiale. Dopo di essa, in una Treviso fumante di resti del bombardamento, il rugby riparte non senza fatica. Gli sforzi di coloro che non mollarono e con i propri risparmi ed il proprio tempo si diedero da fare per ricominciare a giocare si coronano solo nel 1956 con la vittoria dello scudetto da parte della squadra allora sponsorizzata Faema. Ma dalle macerie della guerra a questo momento ne passa di acqua sotto i ponti! Andiamo con ordine: i quattro dell’Ave Maria cui si deve la rinascita del movimento nel 1946 sono tra i ragazzi di viale Monfenera: oltre a “Padre Zava”, Francis Bandiera, “Nani” Massarotto, Renato Malatesta ed Egidio Pirro. Quest’ultimo, in verità, viene da Bologna; arriva a Treviso a 16 anni seguendo il padre, militare in carriera, e si iscrive al Liceo Classico Canova… anche per questo, ricorda, era l’unico del gruppo a parlare italiano.

Per le trasferte dell’immediato dopoguerra si usavano i camion militari abbandonati, piazzandoci su due panche per sedersi; gli allenamenti erano al campo della palestra Verdi, e per le partite si era costretti a chiedere ospitalità nel futuro stadio Tenni, con eterne baruffe con quelli del calcio, che brontolavano perché poi trovavano sempre il campo pieno di buche.

Giorgio Fantin, ex giocatore ora architetto, diceva di quegli anni che il pubblico, molto aumentato rispetto agli anni ’30 quando gli spettatori erano solo gli amici e le fidanzate, “si divertiva a seguire quel gioco, incomprensibile ma armonioso”. …E la magliaia incaricata di cucire le nuove divise biancocelesti della Treviso rugby si chiamava – indovinate un po’! – Benetton. Sempre qui nasce lo stile che poi ha caratterizzato il rugby trevigiano, l’amore per gli avanti (ritenuti sempre qualcosa in più di un reparto), per i passaggi alla mano e per il gioco alla francese… tutto il contrario del rugby patavino (Padova eterna avversaria!), tutto pragmatici avanzamenti e calci.

È l’ora dei primi nomi illustri e ormai storici a tutti gli effetti, tra cui Ado Campeol, ristoratore delle “Beccherie”, e Loris Casellato, proveniente da una famiglia di pasticceri che solo a pronunciarne il nome fa venire l’acquolina in bocca (e, ora che le pasticcerie non ci sono più, anche gli occhi lucidi) ad ogni trevigiano. …Quante prime ore di scuola ho marinato, rifugiandomi nella pasticceria in piazza San Vito a mangiare pastine cercando di memorizzare Kant!

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3 risposte a Treviso. Storia di un Club (1)

  1. Paolo ha detto:

    Che bella idea che hai avuto! Davvero interessante!

  2. greenbean ha detto:

    Grazie! :) Presto la seconda puntata!

  3. Claudio ha detto:

    Mi chiamo Claudio Pirro e sono il figlio di Egidio, di cui parli in questa bellissima rievocazione……sapevo che papa’ aveva giocato nel Treviso nel primo dopoguerra, ma a noi figli mai aveva raccontato quanto importante fosse stato il suo ruolo……tipico del suo carattere, sempre modesto, mai una parola in più’…….grazie!

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