La semifinale più sanguinosa della terra!

La seconda semi-finale del Master Series di Roma, edizione 2007, durata la bellezza di 3 ore e 39 minuti (il record è detenuto da Tel Aviv per 3 ore e 57’’) è stata una cosa impossibile da vedere, per chiunque fosse troppo coinvolto (per aberrazione mentale o effettivo legame affettivo) nei confronti di uno dei due giocatori: Nikolay Davydenko e Rafael Nadal. Nella fattispecie, mi sono trovata a parteggiare disperatamente (l’unico avverbio che si addica alla partita di oggi) per il numero 2 del mondo, el rey de la tierra, e forse per la mia aberrazione posso mettermi un minimo dei panni della madre o del padre del giovane ventenne dal corpo di toro. Per gli amici apache, Racchetta di Fuoco.

Oltre alla durata dell’incontro, anche il risultato è eloquente. 6-7, 7-6, 4-6. Due tie break su tre set con dei parziali di tie break (e non solo quelli) assurdi: al primo, 3-7, al secondo 10-8.

E Davydenko non è Gonzalez (con cui nuestro pequeño Rafa domani se la vedrà), non è uno da cui ci si aspettava grandi ostacoli nella corsa del maiorchino alla conquista del torneo di Roma per il terzo anno consecutivo. È il numero 4 al mondo, ma un numero 4 sempre un po’ svilito, dimenticato; un numero 4 che fino a pochi mesi fa faticava a trovare uno sponsor, per via del suo aspetto sgraziatello, del suo volto emaciato, del fisico legnoso, degli occhi scavati (begli occhi, comunque), della calvizie quasi imperante sull’ossuto cranio… un giocatore sottostimato, ingiustamente, che raramente si vedeva autonomamente nei campi centrali (si sa, anche se è brutto dirlo: senza sponsor, non si calca nessun campo centrale).

Così questo numero 4, oggi, ha deciso di non passare placidamente nella fitta schiera degli avversari velocemente liquidati da Nadal, svelandosi un attento giocatore, abile nel trovare gli angoli, pignolo quasi, inarrestabile nella resistenza, sia mentale che fisica. Nessuno si aspettava una simile testardaggine, una simile perseveranza. Commentatori certo più competenti di me hanno detto che era Davydenko a fare il suo gioco, e Nadal a subirlo. …Nadal a subirlo? Cosa inaudita, su questa superficie!!

Si è sviluppato un articolato di gioco estremamente teso, fatto del nervosismo di entrambi i giocatori – di Rafa per non poter aver vita facile e far il suo solito gioco, di Davydenko per non riuscire a mettere a segno le giocate che con qualsiasi altro avversario sarebbero state dei punti sicuri (Rafa prende quasi tutto: un flipper impazzito che spazza i 28 m² di campo per quattro o cinque scambi di seguito, da corridoio a corridoio) –, fatto di punteggio lento a salire, punto su punto, uno ciascuno.

Zero quindici, quindici quindici, trenta quindici,trenta trenta, ecc…

Ed inoltre, la (c.d.) fiera del break! Ognuno ruba il servizio all’altro: il numero 2 ed il n. 4 al mondo che si ritrovano a giocare al livello solitamente caratteristico dei più scarsi, o del tennis femminile. Strano, né?

Alla fine, sono prevalse {di pochissimo} la fermezza mentale e la lucidità tipiche di Nadal nei momenti di emergenza, la sua maggior prestanza fisica, l’argento vivo sprizzante ad ogni esultanza, anche per il più piccolo punto segnato a suo favore… e per fortuna! Non che ci sia nessun tipo di disonore a perdere all’ultimo punto in un simile match… ma, come si dice, perdere non piace a nessuno, soprattutto al Rey, si el juga en tierra. Ed infatti, onore al merito di Davydenko: Federer stesso avrebbe spesso sognato di poter mettere tanto in crisi il suo perenne avversario (sempre vincitore, finora) sulla superficie rossa – quello stesso Federer che, per non commentare la sua recente performance con Volandri (cosa che non mi compete per nulla, se non per compiangere l’accaduto), a Montecarlo s’è scorato quasi subito davanti al toro delle Baleari.

Però, è stata una soddisfazione vedere il “piccolo” Rafa esultare steso in terra, sporco di polvere rossa, agitare le braccia in aria, scuotere via la tensione raggrumata nei nervi e nei muscoli, schiumare di sollievo e urlare VAMOS, con le labbra che formano una potente “b” iniziale capace di sorprendermi ogni volta, nonostante abbia da tempo imparato le fondamentali regole di pronuncia delle varie lingue iberiche…

Per qualche punto, per qualche misero punto.

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El búho deja su meditación, limpia sus gafas y suspira. Una luciérnaga rueda monte abajo, y una estrella, se corre. El búho bate sus alas y sigue meditando. Federico Garcia Lorca
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