Marzo 2018, Istanbul

Nella mattina del 14 marzo 2018, ecco una nuova partenza per Istanbul Atatürk, che stavolta però non è uno scalo, ma la nostra destinazione. In precedenza vedere i minareti bianchi e il Bosforo azzurro sotto i raggi caldi del sole di luglio dalle finestre refrigerate dell’aeroporto aveva fatto nascere in noi una curiosità che solo ora, circa un anno e mezzo dopo, ha potuto trovare soddisfazione.

Atterriamo come sempre ben rifocillati da quella che ormai è la nostra compagnia aerea preferita, Turkish Airlines, e usciamo dall’aeroporto. Sbalzo di temperatura: fuori è comunque più caldo, rumore, caos, taxi senza un ordine, nessun segnale sulle fermate dei bus (eppure abbiamo chiesto: fermano qui fuori), donne infagottate di nero e uomini che trascinano grandi valigie non proprio nuove. Non ci capisco niente, ma sento che sto sorridendo. Sono qui, finalmente!

 

L’arrivo in città.

Abbiamo deciso di andare a piazza Taksim, vicino cui abbiamo prenotato una stanza in un piccolo alberghetto, con un autobus “HAVABÜS”, opzione più costosa della metropolitana da cui però speriamo di avere una prima vista della grande città. E così è, finché non ci accorgiamo di un secondo “contro” del bus: a differenza della metro, resta intasato nel traffico stambuliota. A pochi metri dalla fermata di piazza Taksim, infatti l’autobus resta bloccato per quasi mezz’ora, ma mentre molti passeggeri, spazientiti, scendono per proseguire a piedi, chi come noi ha imbarcato il bagaglio “in stiva” non può perché l’autista non può scendere per aprire la bagagliera. Ma che ci frega a noi? Non abbiamo fretta, è tutto colore ed è bella la sensazione di essere già dentro la città!

Devo ammettere che sono anni che sogno di visitare Istanbul, ho letto molto su questa città, da autori passati e contemporanei, e ne ho già una sorta di “memoria” formata attraverso i libri, che non vedo l’ora di saggiare di persona. Nel mio caso, quando le premesse sono queste, difficilmente l’esperienza reale di qualche giorno, per quanto negativa, può sconfiggere l’entusiasmo e le aspettative accumulate nel tempo.

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Santa Sofia dal divano

Ho anche un “conto in sospeso” con Santa Sofia, anzi, una sorta di rappacificazione da operare, risalente al tempo del ginnasio, quando presi il voto più basso di tutta la mia storia scolastica (4 ½) proprio in storia dell’arte e proprio sull’architettura costantinopolitana: in particolare, ricordo, mi ero rifiutata di studiare le pagine e pagine di appunti sulla straordinaria chiesa e le sue peripezie ai tempi dell’Impero romano d’oriente. Prima di partire ho cercato il quaderno con gli appunti della prof. Donatella Rossi, per riparare al cattivo voto con una sorta di esame in loco, ma non avendoli più trovati ho dovuto sopperire con la splendida monografia di Lord Kinross (Mondadori, 1974).

L’albergo è piccolo e grazioso, in una via laterale del Tarlabaşı bulvarı, che da piazza Taksim scende giù per il distretto di Beyoğlu fino allo storico Pera Palace Hotel. La viuzza dell’albergo, a differenza di quest’ultimo, è zozza, piena di lavori in corso (tipico: questo ci era capitato anche a Tbilisi) e orrendamente popolata da donne zingare che vivono letteralmente in strada con i loro neonati sempre in braccio, anche di notte, con le temperature di marzo che si aggirano sui 9° C. Quanta pena! Scopriamo presto che Taksim e tutto il Viale dell’Indipendenza (in turco, İstiklâl Caddesi), nonostante la loro centralità e i negozi destinati quasi solo ai turisti (o, forse, proprio per questo), è una zona dove di turchi veri se ne vedono pochi, ma ci sono per lo più arabi, zingari, elemosinanti, artisti di strada, venditori di carabattole, insomma tutta la tipica popolazione che conta di sopravvivere sulla sprovvedutezza o disattenzione del turista medio. Beyoğlu in realtà non è tecnicamente ancora “zona turistica” al 100%, rango che solo Sultanahmet può davvero vantare, ma i turchi ci vanno semmai la sera o nel fine settimana per svago; da quel che ho capito gli stambulioti “moderni”[1] benestanti vivono a Beşiktaş e a Şişli, od oltre.

Grazie alla nostra diligenza nel rispettare le tempistiche consigliate prima dei voli internazionali, al cambio di fuso orario, al tempo tecnico di volo e al traffico, da quando abbiamo lasciato casa a quando usciamo dall’hotel dopo aver lasciato il bagaglio sono ormai passate quasi 11 ore, e il sole sta per tramontare sulla Bisanzio di una volta. Dalla torre di Galata, con i suoi 77 metri di altezza, si gode di una vista spettacolare sulla città intera: la nostra serata è limpida e non sappiamo da che parte guardare. C’è il Bosforo con le sue navi, il Corno d’oro, le chiese storiche, i minareti delle moschee da cui ogni bravo muezzin intona – in un momentaneo, infernale caos acustico– il proprio richiamo, il traffico sul ponte di Galata, le luci che si accendono sul primo ponte sul Bosforo (ora “ponte dei martiri del 15 luglio”, così controversamente rinominato in memoria di coloro che sono morti nella notte del fallito golpe contro il Presidente Erdoğan nel 2016), i quartieri asiatici che occhieggiano umilmente con le luci delle loro case, il brulicare nei vicoli di Karaköy. Dopo aver vagato per i vicoli in cerca di un posto per cenare, dopo aver scartato tutti i numerosi locali che offrono solo hamburger o cucina esotica (tra cui italiana), alla fine entriamo da Refik, un po’ intimoriti perché il locale è quasi vuoto, ma l’atmosfera ci sembra genuina; solo una volta seduti, osservando le pareri tappezzate di foto e recensioni, scopriamo che in effetti si tratta di una storica taverna turca, anzi un meyhane (lett. “casa del vino”) e cioè un locale che serve alcolici. Grosso imbarazzo nell’ordinare, il menù è in un inglese poco utile e soprattutto non sappiamo come si abbinano i piatti: andando per tentativi, ci facciamo guidare dalle espressioni del cameriere, che non parla inglese e quindi non può suggerirci nulla, e “copiamo” dall’unico altro tavolo occupato. Alla fine, sembra che ci abbiamo preso abbastanza: un po’ di meze e carne grigliata mista, innaffiato con rakı[2]. Il cameriere sorride. Promossi!

Istanbul non sembra una città mattiniera, alle nove è ancora piuttosto silenziosa, strade sgombre, la nebbia sul Bosforo deve ancora alzarsi. Sul ponte di Galata pescatori pescano con canne da pesca sportive 24 ore su 24, con i secchielli per riporre il pesce, con gli sgabellini per i più anziani, la notte qualcuno con i thermos di te o caffè… impossibile per me pensare che il balik ekmek (il panino con il pesce) venduto alla fermata di Eminönü non sia ripieno di proprio di questi piccoli pesci azzurri[3]. Ma forse la mia diffidenza è mal riposta se la sera a Karaköy, su Rıhtım Caddesi, alcuni accendono qualche piccolo falò per grigliarsi la cena appena estratta dall’acqua…

L’Asia che abbiamo visto.

La parte asiatica della città è volata sotto i nostri occhi in modo così semplice che non saprei dire che itinerario abbiamo fatto, seguendo la nostra simpatica guida. Pensare che in molti libri turistici e mappe della città non compare nemmeno: eppure l’impressione che ne ho avuto è che non sia certo così folgorante come l’Europa, ma abbia una dolcezza, una tranquillità e anche un carattere del tutto propri. davCome una sorella minore ribelle e peperina, meno bella ma più divertente della maggiore. A Üsküdar (Scutari) abbiamo visitato la moschea di Mihrimah Sultan e abbiamo attraversato il cortile della moschea di Yeni Valide (con la sua “casetta” per uccellini che riproduce perfettamente, in miniatura, copia della moschea stessa); con un dolmuş, cioè una маршрутка, siamo arrivati a Kadiköy (Calcedonia) dove abbiamo attraversato il mercato, assaporato le midye dolma (cozze ripiene di riso) dopo averle spruzzate di limone, pranzato parlando della situazione politica del Paese con Çağlar, passeggiato per Moda come dei raffinati bontemponi… Promemoria per la prossima volta: venire a “fare serata” “in Asia”. Alcuni quartieri qui sono davvero vivaci e ricchi di gioventù e, anche se li abbiamo visitati in un orario non adatto, è stato facile intuire come possa essere accattivante qui all’imbrunire: tra chiacchiericci, saluti e allegro cozzare di bicchieri a brindisi!

Lungo il Bosforo, risalendo in battello verso il Mar Nero, mentre sorseggiamo il tè zuccherato che immancabilmente viene offerto ovunque per circa 50 centesimi di euro, osserviamo i due continenti che si fronteggiano. Il lato europeo fa sfoggio di sé, tra i suoi sontuosi palazzi (in turco, sarayı) – tra cui impossibile non citare i magnifici Dolmabahçe[4], Çırağan[5] e Hıdiva[6], capaci di far sgranare gli occhi anche al più sonnolento passeggero – e la Fortezza di Rumeli – un impressionante complesso militare costruito da Mehmed II poco prima della conquista di Costantinopoli e funzionale a quest’ultima impresa: posto nel punto più stretto del Bosforo[7], doveva servire per impedire l’arrivo di aiuti alla città da parte di Stati europei che avevano le loro colonie sulle coste del Mar Nero. La potenza della città nei secoli irradia fino a quando non scorgiamo i resti di un piccolo parco divertimenti su un isolotto ormai fatiscente, opera più recente e già distrutta; mestamente – sembra – il battello inizia a girarsi poco dopo il ponte del Conquistatore (la prossima volta occorre andare oltre, andare fino a Topçu Kalesi e gridare forte qualcosa sulla superficie del Mar Nero!). Il lato asiatico somiglia a un gatto accoccolato dagli occhi semichiusi, sonnecchia – oppure no? Meno appariscente della costa europea di fronte a sé, costellato di casette basse, che gli conferiscono una piega irsuta, irregolare, domestica e colorata. Lo stesso passeggero sonnolento si lascia cullare da questa  armoniosa alternanza di case e palazzetti dai colori caldi, dalle forme fuse col paesaggio e col cielo… nemmeno il castello di Anadolu, sorella minore della Fortezza di Rumeli, può scuoterlo.

 

Balat e Fener.

Questa prima visita ai quartieri di Balat e Fener, sulla riva occidentale del Corno d’Oro, è stata parecchio aggrovigliata, ma mi ricorderò a lungo il modo in cui la sera scende su queste colline di Fatih. C’è molto da scoprire qui e di certo non ci siamo riusciti appieno: quello che ci resta è una manciata di suggestioni, vicoli, colori, gente che trascorre i pomeriggi in strada, continui sali-scendi, chiese che fronteggiano pacificamente moschee, avventori delle une e delle altre che si scambiano favori all’incrocio. Balat sulla carta è uno storico quartiere ebraico di Costantinopoli: testimonianze ebraiche noi ne abbiamo viste proprio poche, ma forse non abbiamo fatto il percorso giusto (stavolta!), dato che abbiamo anche “perso” la famosa chiesa di ferro[8]. Fener, invece, è un quartiere storicamente ortodosso: anche dopo la conquista della città da parte degli Ottomani, ha continuato a essere abitato dagli antichi bizantini – diremmo dai “greci” rimasti – e infatti ancora oggi il Patriarcato della Chiesa greco-ortodossa (comparabile al Vaticano per i cattolici) si trova a Fener.

La scelta di prendere l’autobus da Eminönü per “arrivare prima” non è stata efficace per via del traffico (e dei lavori in corso, tali da bloccare letteralmente un intero senso di marcia), che a Istanbul è una costante, ma almeno abbiamo riposato le gambe. Scesi dalle parti della moschea di Balat, percorriamo il Leblebiciler Sokak quando il sole è ancora alto nel cielo (ormai limpido, come la serata che si annuncia), girovaghiamo nel quadrilatero tra Vodina Caddesi e il Çorbacı Çeşmesi sokak, sotto lo sguardo degli abitanti del luogo che chiaramente pensano “Ecco altri turisti in cerca di non si sa cosa…”. Farei fotografie solo alle persone ma penserebbero ‘cosa c’è da fotografarmi?’ e io al posto loro mi offenderei, così evito (il più possibile). Inizia a imbrunire mentre saliamo su Tevkii Cafer, restiamo sorpresi di trovare una chiesa e di così grandi dimensioni: è la chiesa di Santa Maria dei Mongoli[9], rossa come il sangue[10], che si staglia contro un cielo ormai lilla. È l’unica di culto ortodosso ancora in uso dall’epoca bizantina, per miracolo mai convertita in moschea[11].

Man mano che procediamo verso il Ponte di Atatürk, attraversiamo quartieri sempre più marcatamente musulmani: sono quasi l’unica donna senza velo per la strada; ci sentiamo contro-corrente rispetto allo sciamare delle persone verso la moschea all’ora del tramonto, quando il muezzin chiama dal suo altoparlante; ai miei sguardi stupiti dentro socchiusi portoni dei cortili delle moschee – si intravedono alberi frondosi, dorate fontane per le abluzioni: una sorta di piccolo paradiso urbano – anziani sorridenti scostano ulteriormente il portone. Vorrei entrare ma l’imbarazzo e sapere di essere fuori posto mi bloccano, la mia ignoranza della vostra religione, non so come comportarmi e non conosco le regole – ho il velo in borsa, ma non basta.

Dalla chiesa ortodossa prendiamo il Mektebi sokak, poi İsmail Ağa Caddesi: meravigliosa una libreria, piccola, ordinata, come uno scrigno di libri, la vetrina luccicante di dorsi monocromi dai titoli dorati; negozi di sarti: tessuti e modelli in vetrina, un miraggio per chi veste taglie non-standard. Ci sentiamo osservati, qualche bambino si avvicina a chiedere con i palmi all’insù. Hayır, hayır. Darüşşafaka caddesi, e poi Selim caddesi. Ormai il cielo è spento e si sono accesi i lampioni. Il brusio di poco prima è caduto, la quiete è amplificata dal tacere dei minareti. Scendiamo dall’ennesima collina, dopo esserci accostati alla grande moschea del sultano Selim I, vicoli bui con gradini ripidi. Le finestre degli edifici abbandonati sono azzurre come il cielo, muri e tetti tutti neri. mdeImbocchiamo Müstantik Caddesi o Salih Paşa Caddesi o qualcosa del genere, convinti dalla mappa, prima, dalla vivacità della via, poi: barbieri aperti a tutte le ore, con il loro bello stendipanni pieno di asciugamani appena lavati sul marciapiede, ristorantini di kebap, gli onnipresenti locali da gioco per uomini, e ancora qualche sartoria… Ormai è buio: l’illuminazione stradale qui segue logiche diverse da quelle delle città occidentali – dove ogni angolo ha luce a giorno anche la sera, per la gioia del bioritmo di tutti gli esseri viventi che le abitano. Alcune strade brulicano nell’oscurità, nei garage fervono i preparativi per chi andrà per le strade a vendere street food durante l’intera notte: chi pela alacremente montagne di pannocchie, chi mette a bollire pentoloni da 20 litri almeno, chi saggia le ruote dei carretti, chi taglia i cappucci per il kebap, chi lessa il riso e i ceci. Al buio, o quasi. La storia cambia quando sbuchiamo nello snodo stradale davanti al ponte di Atatürk: la mancanza di attraversamenti pedonali ci fa sentire di nuovo come in Georgia, ma qui sopravvivere è molto più facile perché guidano piano. (Che ridere!) Superati il distretto del narghilè e dei dolci (vetrine e vetrine di lokum), è un attimo arrivare davanti alla moschea di Rüstem Paşa e di nuovo al Ponte di Galata.

Cibi da sultano.

Il venerdì abbiamo appuntamento per pranzo con alcuni agenti marittimi, con cui siamo in contatto per via di certe collaborazioni logistiche: l’occasione di conoscersi di persona dopo tante e-mail e telefonate. Beviamo un caffè nella “stanza degli ospiti” del loro ufficio al quinto piano di un edificio all’inizio di Barbaros Bulvari, a Beşiktaş. La stanza degli ospiti è un soprannome che le ho dato io, ma come chiamereste voi l’unica stanza, tutta vetrata, con solo un tavolo e un attaccapanni, che ci affaccia sullo stretto del Bosforo? Ci portano a pranzo nel ristorante dove ho mangiato meglio di tutta la mia breve permanenza in Turchia: Hünkar Lokantası (hünkar significa “sultano”) a Nişantaşı. Non mi dilungherò molto, basti dire nomen omen e spiegare che Nişantaşı è uno dei quartieri più ricchi e sofisticati di tutta Istanbul e, con ciò, di tutta la Turchia. In realtà il posto è tutt’altro che sofisticato: si scelgono i piatti che si vorrà mangiare direttamente da una “barra” dove sono esposti (come fosse un self-service), e si viene serviti al tavolo (tavolo che ovviamente è ricoperto di tovaglie bianchissime, posateria lucente, bottiglie d’acqua in vetro) con un servizio impeccabile. Attenzione a non eccedere con le mezes altrimenti non vi rimarrà posto per il dolce, e sarebbe un grave errore. Un piatto dal gusto divino, anche al palato di un italiano, è l’hünkar begendi (che significa: il preferito del sultano) e cioè agnello cotto a fuoco lentissimo (così che viene morbidissimo) servito con una purea di melanzane. E se non siete musulmani praticanti, assaggiate una birra EFES, ottimo sapore arricchito dal nome, che prelude (anche se non l’avevo capito subito) ad un’altra cosa eccezionale che hanno in Turchia: Efeso!

A Beşiktaş attorno a Barbaros Bulvari la città sembra un’altra rispetto agli altri distretti: solo la moschea di Sinanpaşa richiama una qualche continuità, per il resto potrebbe essere Roma, o la Parigi dei quartieri più arabi. È un popoloso dedalo di vie di ogni dimensione, invase da bar, caffè, ristorantini con e senza scoperto, mercati di pesce, attraversamenti pedonali (!), donne in tailleur, SUV luccicanti, condomini, giardini e giardinetti, hotel di una certa dimensione, chioschi dei giornali, uomini dalle scarpe lucide, caffetterie di catene internazionali e venditori di salep[12] ad asporto. Quando il muezzin chiama fa fatica a farsi udire. Il nostro anfitrione Tarkan vive molto vicino alla sede della sua ditta, e si capisce dai temi che tocca e gli esempi che porta che è abituato a un certo tenore di vita: abitazione in zona residenziale, SUV, casa fuori città per i weekend (forse alle Isole dei Principi, non oso chiedere), ci suggerisce di visitare alcuni grandi mall dove è possibile trovare qualsiasi brand di lusso e ristoranti stellati (ma ci ha visto?! Se sì, sta solo cercando di farci capire quanto sia “europeo”, cosa che non serve perché lo si capisce già dalla stretta di mano). Dopo pranzo, parlando della sua neonata azienda agricola che produce olio d’oliva, scendiamo (sono sempre colline) da Nişantaşı a Barbaros bulvari, e ci fermiamo a salutare il suo pescivendolo di fiducia: Tarkan ama mangiare pesce, e lo cucina personalmente; ci tiene a raccontarci come va cotto il rombo, che generalmente è interpretato male anche nei ristoranti…

Oltre Barbaros Bulvari, ancora territorio ondulato a piccole colline: sulla sommità, villette e condomini dalle ampie terrazze che guardano lo stretto, vie ordinate, piante verdi mediterranee ipertrofiche sbucano dai cancelli: una zona più ordinaria eppure più benestante dell’omologa in molte altre città che abbia visitato; ai piedi delle collinette, aule studio e sedi dell’università si alternano ad annoiati caffè. Ancora oltre, lungo Çırağan Caddesi, si raggiunge lo Yıldız Parkı[13] che nel mese di aprile dev’essere splendido di tulipani in fiore. Vi si trovano comitive di ragazzi che fanno pic-nip, coppie in cerca di tranquillità sull’erba, nonni con bambini. Il parco è grande e ricco di ampi stagni e cascatelle, oltre che di un percorso di ponticelli tibetani sospeso tra le piante a poca distanza da terra.

A Ortaköy il gioiello è la moschea imperiale neo-barocca, famosa per la sua eccezionale posizione sulle rive del Bosforo; dalle sue finestre si vede il brillio del sole sull’acqua, richiamato all’interno dallo sfarzo dei grandi lampadari di cristallo e dal tono chiaro dei tappeti. Un tempio alla luce. Ci manca il tempo per passeggiare per Bebek, con una sosta VIP al suo Starbucks, e per Arnavutköy, il villaggio albanese (che, a parte il nome, dovrebbe aver conservato anche un’aria tradizionale, ma forse è una scusa per camminare lungo il Bosforo): attività che finiscono nella lista delle cose da fare quando torneremo.

I turchi ammattiscono per il gioco del calcio: ne abbiamo prova trovandoci in città il sabato del derby Fenerbahçe – Galatasaray. I tifosi dell’una e dell’altra squadra non vogliono sentire ragioni, tifano incondizionatamente per i propri beniamini, la squadra del cuore come una famiglia. Del resto qui in Turchia i calciatori professionisti portano sulle maglie non il cognome, ma il nome… e non c’è da stupirsi, essendo i cognomi una novità piuttosto recente in questo Paese[14].

 

Perdersi.

Ci eravamo persi e non riuscivamo a uscirne. Avete presente quando avete la mappa di carta, ma non riuscite minimamente a localizzarvi, nemmeno se conoscete i nomi delle vie dell’incrocio dove vi trovate? Insomma, entriamo nel Gran Bazar, usciamo da Gran Bazar su Çadırcılar Caddesi, saliamo verso nord (in Fuat Paşa Caddesi), davattraversiamo strade di soli negozi – e negozi di un solo oggetto, nelle sue mille forme: un intero quartiere dove si vendono solo fibbie per cinture, fibbie all’ingrosso, milioni di fibbie, solo fibbie – saliamo su una collina, per vicoli stretti – che tra le auto parcheggiate sistematicamente lungo la strada, i mancati sensi unici e le mercanzie dei negozi in strada nel momento in cui due auto incrociano non possono assolutamente passare contemporaneamente, e tocca fare marcia indietro, per vie ripide, fin chissà dove – sbuchiamo alla tomba dell’architetto Sinan, accanto alla moschea di Solimano. Qui ci rendiamo finalmente conto di cosa volesse dire, soprattutto un tempo, una moschea: non solo il luogo in cui pregare, ma un complesso di bagni, cucine, mense, scuole, ospedali, insomma una città nella città dove i fedeli potessero trovare ogni servizio utile a vivere civile e dignitoso. Dopo esserci defilati dai solerti volontari della moschea (giovani ragazzi che forniscono informazioni in più lingue e regalano strani libretti con i principi del Corano) ed essere scampati all’acuto odore di piedi respirabile nel luogo di culto – soprattutto ai lati delle porte, dove le donne devono restare -, scendiamo a rotta di collo attraverso parcheggi e case di legno cadenti, inseguiti (forse) da una vecchia pazza che vuole parlarci (in turco) con due cani randagi alle calcagna. Il nostro umore stanco e sconsolato si risolleva momentaneamente quando per caso ci troviamo davanti a Vefa bozacisi: il famoso locale dove assaggiare la boza[15]! Dopo aver bevuto questa cosa che non sa da niente, torniamo a scrutare la mappa ma non siamo certi né di dove siamo né di come tornare indietro. Ogni mezzo di trasporto sembra molto più lontano del desiderato, e non sappiamo nemmeno in che direzione andare. Inizia un giro dell’oca incredibile, a essersene resi conto, nel triangolo tra la fermata della metro di Unkapanı, quella di Şehzadebaşı e la fermata del tram di Laleli, dove miracolosamente arriviamo, sempre per lo più per caso[16]. Nonostante la stanchezza ci rendiamo conto della veracità della zona, importante per gli snodi dei mezzi di trasporto (nel girovagare abbiamo attraversato enormi parcheggi di autobus, lunghe e profonde stazioni metro), frequentata da studenti, ricca di scuole di lingua straniera (magari le frequentassero un po’ di più! Avremmo potuto chiedere indicazioni) e negozi di vestiti e cibo decisamente popolari. Non paghi, ci torneremo la sera: ma, scesi dal tram ad Aksaray, benché guidati dalla volontà di trovare un genuino ristorante turco dove mangiare carne, nonostante siamo nel quartiere giusto, sbagliamo clamorosamente la scelta del ristorante, perché stanchi e affamati, ci facciamo convincere da un uomo che ci alletta con il suo menù in inglese. Tenersi lontani da Simitçi Şakir Sokak e, soprattutto, diffidare SEMPRE dei menù in inglese!

Non abbiamo incontrato facilmente turchi che parlino inglese (né altre lingue straniere). Soprattutto nel turismo – paradossalmente – sembra che quei pochi che si servono dell’inglese ne abbiano un uso piuttosto ridotto. Per il turco medio, l’inglese è paragonabile all’arabo: una lingua sconosciuta, di cui ha imparato a memoria alcune frasi fatte (le preghiere, o i prezzi), ma di cui non sa altro.

 

Note

[1] “Moderno” in turco è un aggettivo che ha una sfumatura diversa da quella con cui la intendiamo normalmente: non è riferito al tempo (è moderno chi vive nel nostro tempo), ma alla geografia (è moderno chi vive più vicino all’Europa). Ad esempio, le città turche sulla costa egea sono tutte “moderne”, anche se estremamente rurali e non molto avanzate.

[2] Non so come si faccia a pasteggiare con bevande aromatizzate all’anice… ma mi adeguo.

[3] Ma in effetti a Istanbul, volendo mangiare pesce, consigliano di scegliere piuttosto pesci di piccole dimensioni, di quelli che si pescano nello Stretto del Bosforo, per essere sicuri della freschezza. Pesci più grandi, come i branzini e le orate, non sono pescabili nello stretto e devono essere trasportati dal Mar Mediterraneo, sottoponendoli all’incerta catena del freddo turca…

[4] Il Dolmabahçe sarayı è stato il primo palazzo voluto da un sultano a essere costruito in stile europeo. Fu fatto fare dal sultano Abdul Mejid I nella prima metà dell’Ottocento, su un progetto di due architetti armeni, Balyan padre e figlio. È incredibilmente sfarzoso, decorato in oro per mostrare la ricchezza del committente. Il palazzo fu il principale centro amministrativo dell’Impero Ottomano dal 1856 (anno in cui ne fu completata la costruzione) al 1922 (cioè fino alla fondazione dell Repubblica Turca grazie ad Atatürk), fatta eccezione per un periodo di venti anni (1889 – 1909) in cui il potere venne esercitato dal Palazzo Yıldız, situato sempre nella stessa zona della città, ma ritenuto più sicuro perché non affacciava sullo Stretto.

[5] Il Çırağan sarayı – oggi un albergo di lusso – è stato l’ultimo palazzo a essere costruito dagli Ottomani per la famiglia reale, dal sultano Abdul Aziz, che portò a termine un desiderio del fratello. L’architetto che firmò l’opera – conosciuta con il nome di “luogo da cui si irradia luce”, per via delle numerose torce che fungevano da illuminazione notturna in occasione di feste – fu sempre il Balyan figlio, che era stato autore, con il padre, di Palazzo Dolmabahçe. Sembra che i Turchi proprio per l’architettura non avessero interesse, se togliamo Sinan l’architetto.

[6] Il Palazzo Hıdiva, sede del Consolato d’Egitto a Istanbul, è un famoso esempio di costruzione in legno tipica del Bosforo, con dettagli architettonici Art Nouveau.

[7] Oggi teatro di una famosissima gara internazionale di nuoto in mare aperto.

[8] La Chiesa “di ferro” è una chiesa bulgara nel quartiere di Balat, famosa per essere stata montata su uno scheletro di ferro, costruito a Vienna su disegno dell’architetto armeno Aznavur a fine Ottocento. La leggenda vuole che il Sultano concedesse ai Bulgari di costruire una loro chiesa solo se ce l’avessero fatta in un mese, pertanto dovettero far arrivare un prefabbricato. La Chiesa è un importante simbolo per la comunità multietnica di Balat e, dopo un lungo restauro, è stata riaperta con una cerimonia in presenza del Presidente turco e di quello Bulgaro l’8 gennaio 2018.

[9] Una figlia illegittima dell’imperatore bizantino Michele VIII, tale Maria Paleologina, dopo aver sposato un re di una parte dell’impero mongolo – ilkhanato – che all’epoca occupava la Persia, essere divenuta regina dei Mongoli ed essere, infine, rimasta vedova, ritornò a Costantinopoli per far vita monastica (siamo nel 1281, pare): abbisognando di un posto dignitoso dove stare, ricostruì o ingrandì il preesistente monastero, e la Chiesa prese il suo nome.

[10] I Turchi chiamano questa chiesa Kanlı Kilise, e cioè la chiesa del sangue, in memoria dello scontro finale che qui si tenne, nel 1453, tra gli Ottomani e gli ultimi bizantini che ancora resistevano, assediati in cima a questa collina.

[11] Più che un miracolo fu una concessione di Mehmet II il Conquistatore, in onore all’architetto greco che gli aveva realizzato la moschea di Fatih. Dopo Maometto II, anche Bayezid II confermò il privilegio alla chiesa ortodossa, che conserva gelosamente le due Carte con le concessioni dei sultani.

[12] Il salep è una bevanda buonissima fatta di latte caldo e farina di (tubero di) orchidea, a volte servito con una spolverata di cannella. La cannella viene utilizzata sopra diverse bevande tipiche turche che, a mio parere, hanno un sapore poco forte (per non dire che non sanno da niente), ad esempio la boza (ricavata a seguito di fermentazione di burgul e lieviti). Queste bevande possono essere accompagnate dai leblebi, ceci arrostiti.

[13] Il vasto terreno boscoso di Yıldız faceva parte del patrimonio privato del sultano come riserva di caccia fin dal regno di Solimano il Magnifico (1494-1566). Diversi sultani ne fecero la residenza estiva per le proprie madri sfruttando l’edificio oggi conosciuto come il Palazzo della regina madre; nell’Ottocento furono costruiti il palazzo del gran ciambellano, il padiglione di Malta e il padiglione Çadır e a fine secolo fu dato l’assetto definitivo per volere del sultano Abdul Hamid II, che trasferì qui la residenza imperiale (da Palazzo Dolmabahçe) dopo aver richiesto all’architetto italiano Raimondo D’Aronco l’ingrandimento del complesso.

[14] A partire dal 1934 la legge ha imposto ai cittadini turchi l’adozione di un cognome: che nella cultura islamica, prettamente onomastica, non era affatto scontato. Così la maggior parte delle famiglie del Paese ha letteralmente dovuto inventarsi un cognome. Bello no?

[15] Vedi nota 9.

[16] Complice la mappa della Marco Polo, tutt’altro che precisa nell’indicare i punti dove si prende la metropolitana, come avevamo già avuto modo di notare a Barcellona.

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Desideri immobiliari

E’ quasi un rudere. Da ristrutturare. Però, che ingresso, eh!

Forse un giorno avrò la mia villa veneta :)

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Sciami di api on my mind

L’apicoltura, 1270-75 circa, Douai, Bibliothéque municipale. Immagine tratta dal volume MICHEL PASTOUREAU, Bestiari del Medioevo, Einaudi, Torino, 2012, p. 277

Articolo 924 c.c.

Il proprietario di sciami di api ha diritto di inseguirli sul fondo altrui, ma deve indennità per il danno cagionato al fondo; se non li ha inseguiti entro due giorni o ha cessato durante due giorni di inseguirli, può prenderli e ritenerli il proprietario del fondo.

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Barcellona 12 anni dopo

Barcellona 2017.

Ci torno con la confidenza di una che c’è già stata, e che quindi a malapena ricorda che il Barrio Gotico è diviso dal Raval dalle Ramblas, e non ha bisogno di leggerlo nella guida. Con una speranza di novità, puntualmente smentita dall’assoluto assomigliarsi di tutte le metropoli europee. Con la famelicità che solo la voglia di ir de tapas può far scaturire. Con il ricordo del mio frequente canticchiare le canzoni di Joan Manuel Serrat; con la consapevolezza che la Boqueria è, come tutti i mercati inseriti tra le mete turistiche da non perdere, luogo di compravendita fine al solo incamerare denaro da parte dei mercanti e luogo di scambio oramai decaduto.

Scopro che lungo il passeig de Joan Borbò non ci sono solo i ristoranti turistici con polpi surgelati provenienti da altri mari lontani, ma c’è anche qualche locale più catalano su cui i davcritici gastronomici barcellonesi dibattono (La mar salada). Che Gracia è il nome di un quartiere e non solo un toponimo affibbiato a una grande strada urbana. Che dietro al genio di Gaudì si è nascosto un uomo solo, ossessionato dai suoi demoni, e morto nell’incomprensione generale – e ora, grazie a lui, gli eredi delle famiglie che un secolo fa gli commissionarono progetti di case private intravedono nella lungimiranza dei propri avi una enorme occasione di arricchimento (non a caso a Barcellona è tutta un fiorire di restauri di case prossimamente aperte al pubblico dietro pagamento di un lauto biglietto d’ingresso).

Riconosco come buona parte degli abitanti del centro ritenga importante fare una certa mostra di sè: attività fisica sulla spiaggia o negli altri numerosi luoghi pubblici adibiti: quasi nulla è lasciato al caso; passeggiata in Calle Verdi a Gracia: barba da hipster non-un-pelo-fuori-posto, giacca lunga e pantalone risvoltato: acconciatura retrò e calzino o fascia a sdrrighe. Necesse est.

Al Raval il riso e le verdure si sprecano: negozi di alimenti disordinati con gestori indaffarati. Borse di plastica sempre in movimento. Luce ocra dipinta al curry. Ogni tanto un edificio di cemento invoca la presenza della CULTURA, sia essa cinematografica o universitaria o architettonica. In chiostri di antichi ospedali, davanti a odierne biblioteche filologiche -con un animo nazionalista non del tutto esplicito- ruttano o dormono un sonno disagiato, sotto il sole del mattino inoltrato, piccoli gruppi di senza tetto, circondati dall’odore di tutti i giorni che li separano dall’ultimo bagno.

A Vallcarca le strade sono quasi tutte scale per scendere dalla porta di servizio del Parc Guell, o -che dir si voglia- dalla collina che, sul davanti, ospita il famoso progetto sociale di Gaudì e dell’omonimo businessman catalano. A Vallcarca sembra di stare in un quartiere vero e un po’ scontento di se stesso, come tutte le persone normali. Scendere strade o scale per trovare una fermata del bus significa attraversare piazzette o cortili con panchine piene di vecchi e vecchiette che guardano meno numerosi bambini impegnati in qualche gioco inventato (senza palla, perché se rotola giù chi la va più a prendere?). Le terrazze assolate ospitano piante mediterranee ipertrofiche, i cancelli dei giardini celano agavi e aloe di dimensioni che finora ho visto solo in Calabria. Serve mezzo litro d’acqua. Murales in gran quantità ché, sì, siamo a Barcellona ma sembra che per qualche ragione in queste vie nessuno ci badi.

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Sant Pere, Santa Caterina i La Ribera troppo bello per essere vero: un irritante susseguirsi di laboratori artigianali artistici creativi che non hanno paura dello straniero del diverso dell’immigrato che ricordano la storia della loro stessa immigrazione che offrono menù biologici a km zero a un prezzo nei dintorni di €10,00 sotto alberi ombreggianti mavaffanculovà-

La Bonateca in Pg. Sant Joan, 111 – 08037 Barcelona invece è un posto così umile e buono e simpatico e gentile che quasi mi pareva di aver messo piede a Madrid (che, lo confesso, mi sta più simpatica di BCN). davDalla prima occhiata affamata che ho lanciato sul Passeig una volta emersa dalla metro [Verdaguer], ho pensato che valeva la pena entrare. Dentro, ci lavorano i padroni, e tutto quello che troverete è un cibo tradizionale, saporito, genuino, esposto a 270° attorno a voi. I proprietari vi lasceranno guardare, senza rompere le scatole; al massimo diranno cosa sono alcuni cibi ripieni, che non parlano da sè. Possono fornirvi posate di plastica e bibite. Pagherete veramente €10,00 in due per un pasto abbondante che potrete consumare, in un giorno non piovoso, sulle panchine di fronte, dando le spalle a un Palazzo Macaya che, sebbene gratuito (o proprio per quello!) merita un po’ di attenzione.

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L’unica cosa non globale: i castellers. Cose che io non farei mai, né -se ne avessi uno- ci manderei mio figlio: a scalare con l’abilità di una scimmietta gambe e schiene e teste di uomini e donne impilati a torre, solo per far piacere a qualche santo patrono o all’antico orgoglio ctonio dei popoli del Mediterraneo Occidentale.

 

 

 

 

 

Mercato di Sant Antoni in fase di restauro. Potrebbe essere ancora più magnifico di prima una volta terminati i lavori. Au revoir en 2019?

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Come vanno le cose

Sono anni che non si riesce – che non riesco – più a gestire liberamente il tempo: una volta avevo delle intere ore, per pensare, e poi eventualmente per scrivere qualcuno di quei pensieri, se -dopo averli soppesati- mi parevano sensati. Ora chi ha più il tempo di pensare, di pesare ed, eventualmente, di scrivere? Per non parlare di scrivere con una forma decente, cioè di scrivere, rileggere e riscrivere… processo potenzialmente infinito.

Non elencherò le cose che hanno presto il posto di quanto sopra: in ogni caso, si tratta di attività nuove e necessarie (alcune veramente, altre in modo indotto). Tutte basilari. Alcune di queste hanno reso la mia esistenza molto più pratica di quanto non lo fosse prima, mi hanno fatto abbronzare e dolere i muscoli, e condividere esperienze con persone. Non tutto ciò con cui ho sostituito le mie attività contemplative è da disprezzare, quindi.

E’ certo, però, che la mia natura non è solo attiva (così come forse non è solo contemplativa, sebbene -io credo- lo sia prevalentemente). Preferisco sapere, che vedere o fare. Ritengo che vedere/fare senza sapere sia del tutto inutile, ma non per forza il contrario.

Coniugare i due aspetti della vita appare il meglio, ma poiché occorre lavorare (nel senso misero di: guadagnarsi lo stipendio) ciò non è realizzabile nel breve termine. Il lavoro emerge quindi come un’attività del tutto estranea alla vita personale e del tutto marginale dal punto di vista umano, finalizzata unicamente al procacciamento dei mezzi materiali per poter porre in essere -nell’esiguità del tempo che rimane-le altre attività degne di essere menzionate come parte della vita.

Resta per me tutta da studiare la possibilità di escogitare dei mezzi alternativi al lavoro (come fonte di reddito) per poter eseguire le attività della vita, e tutta da verificare la sua messa in pratica. L’ipotesi mi turba, a dire il vero, e la guardo con diffidenza.

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Prima de mori’ vedo le stelle

Mentre una notte se n’annava a spasso,
la vecchia tartaruga fece er passo più lungo
de la gamba e cascò giù
co’ la casa vortata sottoinsù.

Un rospo je strillò: “Scema che sei!
Queste sò scappatelle che costeno la pelle…”
“Lo sò” rispose lei, ma prima de morì,
vedo le stelle.

Trilussa

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Editti e mongolfiere sotto il Regno Lombardo-Veneto

Nell’ottobre del 1783, cioè 233 ani fa, i fratelli Joseph-Michel e Jacques-Étienne Montgolfier facevano il primo volo vincolato su un pallone aerostatico. Un mese dopo, il primo volo libero. Pochi mesi dopo, anche l’italiano Paolo Andreani li imitava, partendo dal giardino della sua villa nobiliare a Milano. Poi, per tutta la fine del Settecento e nella prima parte dell’Ottocento, i palloni aerostatici rimasero molto in voga nel nord italia, come testimoniano questi decreti e ordini del regno lombardo-veneto.

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